Il teatro rende liberi

Musica, teatro e una grande attenzione alla sfera umana della detenzione. Bisogna partire da questi tre punti cardinali per imparare a conoscere Vanessa Cremaschi. Violinista, compositrice, attrice e registra, Cremaschi da anni alterna collaborazioni con artisti internazionali a quelle con coloro che cantano, recitano ma che non hanno la libertà.

A Prometeo Libero ha raccontato quant’è importante la musica e il teatro per coloro che vivono la propria vita dietro le sbarre.

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Vanessa Cremaschi, ritratto di Livio Patriarca

 

Avete portato l’Almeto di Shakespeare a Rebibbia con i detenuti nei panni di attori. Se loro non possono uscire, è il teatro che entra nei penitenziari. Che esperienza è stata?

 “Dopo anni di lavoro quest’anno c’è stato il debutto vero e proprio. Ho lavorato al fianco dei detenuti del Reparto G12 di Rebibbia, quello di alta sicurezza, un’esperienza umana e professionale molto forte e coinvolgente.”

 

Cosa ti dà, da un punto di vista umano, lavorare con una persona che non è libera?

“Ti fa capire il vero valore della libertà e ti fa rivedere la scala delle tue priorità. Portare il mio cane al parco per me è una seccatura, per loro sarebbe un privilegio unico. Impari a vedere le cose da un punto di vista diverso e a metterti in discussione sempre.”

 

Tu sei un’artista a 360 gradi. Secondo te perché la musica e il teatro possono contribuire al riscatto umano di una persona?

“La musica, il teatro e l’arte in genere sono delle discipline rigide, ma hanno delle regole che non portano a un giudizio. Spazi di libertà che fanno tirare fuori il meglio di noi. In un lavoro su De Andrè un detenuto mi ha confessato che, in un lavoro teatrale precedente, dopo l’applauso del pubblico sarebbe voluto scappare in cella a piangere per l’emozione. Il teatro gli ha toccato delle corde che non pensava nemmeno di avere.”

 

Ha citato il lavoro su De Andrè, un omaggio al cantautore genovese con la collaborazione di una band di detenuti. Com’è andata?

“Bellissima ma una fatica immane perché sono indisciplinati e anarchici come poche cose al mondo!

 

Anarchici come De Andrè del resto..

“Da morire! È stato molto bello, anche perché si è giocato con i dialetti tirando fuori cose pazzesche, come ‘Bocca di Rosa cantata in calabrese. Molti testi li scrivono e li riadattano loro mostrando una dedizione pazzesca. Se non avessi la speranza di un’altra possibilità non so se riuscirei avere la stessa forza loro.”

 

La pena senza fine ha senso secondo te?

“Domanda difficile. Su molti fronti è deleteria e nega quelle finalità di recupero della detenzione che sono previste anche dalla nostra Costituzione. Su altri il discorso è articolato, perché mettersi nei panni di una persona che ha un caro che ha subito una violenza è difficile.

 

 Qualche anno fa hai diretto un omaggio a Gabriella Ferri e hai deciso di portarlo nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia. Chi è per te Gabriella Ferri?

“Anni fa con Adamo Dionisi abbiamo creato questo lavoro sulla Ferri che a distanza di tanto tempo ancora riesce ad avere sviluppi interessanti. Incontrai la Ferri nel 2000 in uno studio televisivo e la sua grande fragilità si vedeva a occhio nudo. Un’artista che non ha avuto paura di essere permeabile alla vita e di farsi attraversare da qualsiasi cosa. Se lei non fosse stata così non sarebbe riuscita a tirare fuori emozioni così forti, una capacità incredibile di raccontare la vita”. 

“vola pensiero mio fòri a ste mura nun te fermà si pure incontri er vento”. Queste parole di Gabriella Ferri potrebbero essere un inno alla libertà anche per chi vive dietro le sbarre e sogna di stare altrove

 “Sì, un pezzo incredibile scritto con il padre che è stato a Regina Coeli e che il mondo del carcere lo conosceva bene. Per raccontare le emozioni non bisogna aver paura di vivere. Chi si protegge tutti i giorni non ha niente da raccontare.”

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