Carcere e diritti. Intervista a Pasquale Bronzo

Pasquale Bronzo è ricercatore in diritto processuale penale e docente di diritto penitenziario presso l’Università La Sapienza. Quella penitenziaria è una branca giovane del diritto, frutto di una rivoluzione culturale cominciata con la riforma del ’75 e approdata a una dimensione carceraria permeabile alla libertà, imperniata sulla funzione rieducativa della pena. È attorno a questa dimensione che ruotano le grandi tematiche della riforma penitenziaria attualmente in corso – reinserimento sociale, diritti, lavoro – oggetto dell’intervista gentilmente concessa a Prometeo Libero.

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Pasquale Bronzo ritratto da Livio Patriarca

 

Professor Bronzo, lei è docente in un master sui diritti dei minori. È soddisfacente il livello di tutela dei loro diritti dell’odierno sistema penitenziario?

“Purtroppo no. Nonostante una legislazione avanzata in materia di procedura penale minorile, la tutela dello status di minore si ferma alla sentenza del giudice: c’è un vuoto normativo che di fatto equipara la vita carceraria dei minori a quella degli adulti. Si sente la necessità di un ripensamento dell’ordinamento carcerario, che si adatti finalmente alle esigenze del minore. Del resto è in programma che il Governo intervenga su questo punto, in conformità alla legge delega”.

 

La legge delega n. 103 del 2017, riguardante la riforma del sistema penitenziario, è incentrata sulla valorizzazione delle misure alternative alla detenzione e del lato umano dei detenuti. Come la valuta nel suo complesso?

“I criteri direttivi previsti dalla legge delega sono molti e particolarmente generici, il che implica due conseguenze: da un lato, il Governo è meno vincolato di quanto sarebbe opportuno nell’attuazione della legge, dall’altro l’impostazione seguita dal Legislatore è giustificata dalla complessità e varietà di istanze da bilanciare. Le istituzioni penitenziarie, infatti, coinvolgono le personalità più disparate, dai medici agli imprenditori, che lavorano a stretto contatto con il mondo carcerario. In ogni caso, penso che la legge prometta molto.”

 

Perché la legge delega esclude i detenuti in regime 41 bis dai benefici della riforma?

“La decisione è politica. La disciplina del 41 bis avrebbe dei margini di miglioramento: evidentemente il Parlamento ha deciso di non scalfirla per non allarmare l’opinione pubblica, sensibile sul tema. Questa è la ratio dell’esclusione. È però un peccato: da tempo la Corte europea dei diritti dell’uomo tiene sotto osservazione il carcere duro e una modifica normativa avrebbe senz’altro scongiurato un intervento che potrebbe rivelarsi molto pesante.”

 

Quali sono i difetti del 41 bis?

“Il 41 bis prevede che siano sospese le regole ordinarie di trattamento ed è necessario per alcune categorie particolarmente pericolose di detenuti, affinché non abbiano contatti esterni. Il problema non sta nella sua essenza giuridica, bensì nelle sue modalità: non di rado il carcere si prolunga per anni e anni, senza un’adeguata motivazione. A ciò si aggiungono alcune restrizioni particolarmente aspre, sproporzionate: è assurdo che un detenuto sottoposto al 41 bis non possa cucinare da solo. Inoltre, è quasi impossibile ottenere un riesame del decreto ministeriale di attuazione del carcere duro.”

 

Lei ha contribuito attivamente al dibattito sulla riorganizzazione del lavoro penitenziario. Qual è l’importanza del lavoro nella dimensione carceraria?

“Credo fermamente che il lavoro sia lo strumento più importante per realizzare il percorso di rieducazione sociale del detenuto. Non bisogna sottovalutare il fatto che spesso i detenuti non hanno mai lavorato in vita loro. L’educazione al lavoro e la possibilità di sviluppare nuove competenze professionali sono il maggior deterrente nei confronti un ritorno alla criminalità e la base più solida per ricominciare una vita normale. Il lavoro è utile anche per superare il disagio della cella e dell’ambiente penitenziario: il carcere, di per sé, è alienante e contrario alla risocializzazione.”

 

In quali situazioni si verifica il ritorno alla criminalità di cui parla?

“Il momento critico, in cui si rischia di pagare il costo sociale più alto, è quello della scarcerazione. L’ex detenuto può aver perso la famiglia, gli amici, il lavoro che aveva prima della detenzione: è un momento di particolare fragilità, che nel giro di pochi mesi può ricondurre alla criminalità. Il lavoro è lo strumento più efficace per non cadere in tentazione e ricostruire relazioni sociali adeguate.”

 

Qual è lo stato dell’offerta lavorativa carceraria?

“Non buono, nonostante per la legge il lavoro sia un caposaldo della rieducazione carceraria. Questo perché l’amministrazione penitenziaria sente come priorità l’istanza di custodia, piuttosto che quella di far lavorare i detenuti.”

 

Che ruolo hanno i privati nel sostenere l’offerta lavorativa?

“Il supporto degli imprenditori all’offerta lavorativa è insufficiente, nonostante un trattamento fiscale di favore. Il risultato è che i detenuti lavorano pochissimo e senza qualificazione professionale, prevalentemente in funzione dei bisogni dell’istituto penitenziario. È evidente che, se si lavora saltuariamente nella cucina dell’istituto, non si possa parlare di tappa della rieducazione sociale.”

 

Esistono delle soluzioni per risolvere questo problema?

“È necessario uscire dalla logica imprenditoriale del profitto, che mal si addice ai ritmi e alle regole della dimensione carceraria. Un’idea a mio avviso interessante è quella di valorizzare il lavoro socialmente utile, il cui scopo non è il lucro ma l’utilità collettiva: in questo modo chiunque può decidere di lavorare al ritmo che preferisce, dal momento che non ci sono scadenze da rispettare.”

 

In cosa si traduce concretamente questo tipo di lavoro?

“Un esempio pratico? Pensiamo alla digitalizzazione dei volumi di una biblioteca comunale, con benefici godibili dal resto della collettività. Questa è solo una delle direzioni che seguirà il decreto legislativo del Governo, finalizzato all’attuazione della riforma penitenziaria: un’altra via sarà il potenziamento dell’apprendistato, con l’apertura di nuovi orizzonti lavorativi.”

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