30 giorni di digiuno per i diritti dei detenuti: la sfida di Deborah Cianfanelli

Uno sciopero della fame per i diritti dei detenuti. Non siamo nella Belfast degli anni ’80, in quella Maze Prison dove Bobby Sands e altri nazionalisti irlandesi si lasciarono morire di fame dopo un hunger strike di oltre 60 giorni per riottenere dal Regno Unito lo status di prigionieri politici. Stiamo nel 2017, tra Roma e La Spezia e al centro della protesta nonviolenta di Deborah Cianfanelli e Rita Bernardini c’è l’approvazione dei decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario del Ministro Andrea Orlando.

Deborah Cianfanelli – avvocato e membro della presidenza del Partito Radicale – ha raccontato a Prometeo Libero il significato di stare 30 giorni senza mangiare per la dignità dei detenuti.

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Deborah Cianfanelli. Ritratto di Livio Patriarca

 

Innanzitutto come stai?

“Abbastanza provata. La stanchezza si sta facendo sentire tutta adesso, ma è stato importante l’intervento del Ministro della Giustizia Andrea Orlando per chiedere a me e a Rita Bernardini di sospendere lo sciopero della fame. Il ministro ha detto che ha fatto tutto il possibile e che ora la palla passa al Consiglio dei Ministri.”

 

Qual è il significato più profondo dello sciopero della fame di 30 giorni che hai portato avanti con Rita Bernardini?

“Cercare di aiutare le istituzioni a portare il nostro Paese fuori da una condizione di flagranza criminale. La situazione delle nostre carceri è inumana e degradante e la Sentenza Torreggiani ha mostrato tutte le falle del sistema carcerario. Lo Svuota-carceri è stato un provvedimento d’emergenza dagli effetti temporanei.”

 

Il problema non riguarda solo lo spazio fisico ma tutto il contesto..

“Esatto, quando si pensa alla Torreggiani si fa riferimento solo ai 3 mq per detenuto ma in realtà riguarda tante altre misure, dalla fruizione dell’acqua calda, alle ore d’aria, alla libertà di movimento e tanti altri aspetti.”

 

Quali sono le parti della Riforma Orlando che ti convincono di meno?

“Quello che non apprezzo sul Codice di Procedura Penale sono le norme di dilatazione della prescrizione. Ma la nostra lotta nonviolenta era finalizzata all’emanazione dei decreti delegati sull’Ordinamento Penitenziario perché la vera emergenza riguarda le carceri e la loro condizione.”

 

11mila detenuti, seppur in forma non continuativa, hanno sostenuto la vostra battaglia e hanno deciso anche loro di mettere in atto lo sciopero. Migliaia di persone detenute che scelgono la nonviolenza per protestare è un messaggio molto forte..

“È un messaggio molto forte che hanno voluto dare sia i detenuti, sia i loro parenti. La grandezza di Marco Pannella e del Partito Radicale è stata quella di portare la lotta non violenta nelle carceri. Battersi per la legge e per i diritti in modo non violento, ecco la vera forza del nostro messaggio.”

 

Una rivisitazione di Bobby Sands?

“Non è una rivisitazione di nulla se non quella della forma di lotta che ha sempre adottato Marco Pannella. Non è una forma ricattatoria e non avviene per se stessi ma per diritti generalizzati.”

 

Perché avete un rapporto conflittuale con i sindacati di polizia penitenziaria, soprattutto con i loro vertici. Non sarebbe il caso di annodare un rapporto più pacifico?

“Non siamo noi a non volere un rapporto più costruttivo, anzi. Hai fatto bene a sottolineare che i problemi riguardano i vertici perché la maggior parte della polizia penitenziaria ci dà il loro appoggio, visto che queste lotte sono anche per loro. Sono sotto numero e vivono gli stessi problemi dei detenuti ma dall’altra parte delle sbarre.”

 

Perché in passato alcuni leader sindacali di polizia, tipo Donato Capece, erano addirittura a favore dell’amnistia e oggi ci sono solo tendenze securitarie?

“Spesso si seguono tendenze populiste, nella politica come nei sindacati. È più facile sostenere posizioni dal facile consenso popolare rispetto ad altre più sensate e ragionevoli. I provvedimenti di amnistia sarebbero mirati, non è che tutti andrebbero fuori. Tanti stanno dentro in attesa di giudizio e sono vittime della lentezza processuale.”

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Rita Bernardini, Andrea Orlando, Deborah Cianfanelli

 

Un pensiero riguardo “30 giorni di digiuno per i diritti dei detenuti: la sfida di Deborah Cianfanelli

  1. Antonia Mattiuzzi 19 novembre 2017 — 7:01

    SONO AMMIRATA DELL’IMPEGNO DELL’AVV. DEBORAH CIANFANELLI, DI RITA BERNARDINI ESPONENTE RADICALE E DEL MINISTRO ORLANDO CHE SI è IMPEGNATO AL MASSIMO PER SOSTENERE LE LORO LOTTE.

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