La prigione raccontata da una guardia carceraria

Luigi Giannelli è ispettore superiore della Polizia Penitenziaria, dal 1987 in servizio presso il carcere romano di Rebibbia. Spirito critico, poliziotto sui generis con l’abitudine di esporsi in prima persona per raccontare il carcere, Giannelli da anni lotta perché l’immagine dell’agente di Polizia Penitenziaria non venga vista solo in negativo.

Un poliziotto illuminato che combatte far comprendere – alla sua categoria e all’opinione pubblica – l’importanza di considerare il detenuto come un essere umano. Una persona che sta in carcere per riabilitarsi socialmente, non per essere definitivamente escluso dalla società.

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Luigi Giannelli. Ritratto di Livio Patriarca per Prometeo Libero

 

Secondo te tra la Polizia Penitenziaria c’è ancora una tendenza a spersonalizzare il detenuto?

“Molti di noi entrano in carcere pensando di essere i giustizieri della notte, colpa anche dell’aria che si respira nella società. Dovremmo avere un ruolo più neutro e super partes e sto cercando di caratterizzare il mio lavoro su questi canoni. Ancora c’è tanto lavoro da fare ma le nuove leve stanno mostrando una certa sensibilità.”

 

Cosa può fare un’agente sensibile come te per far capire ai colleghi più restii l’importanza di umanizzare chi sta scontando una pena? 

“C’è bisogno di più formazione e l’input deve arrivare dall’amministrazione penitenziaria. L’attuale capo del DAP Santi Consolo è attento a questi temi ed è importante entrare nell’ottica dell’umanizzazione della pena.”

 

Tu sei entrato nella Polizia Penitenziaria tanti anni fa. Rispetto agli inizi vedi i detenuti in maniera diversa e come cambia la percezione dei problemi legati alla detenzione?

“Per me è sempre come se fosse il primo giorno. Non ho mai smesso di confrontarmi con i detenuti e non li valuto mai per il fascicolo giudiziario che li riguarda ma per il fatto che sono persone con cui è importante instaurare un rapporto umano. Non siamo noi che dobbiamo giudicarli.”

 

Quali sono i pregiudizi sulla polizia penitenziaria che sopporti di meno?

 “Molta gente non sa e non conosce i sacrifici di chi svolge il nostro lavoro. Spesso siamo vessati da comportamenti di detenuti che riversano nei nostri confronti le frustrazioni della propria tragedia personale. Non sempre c’è la maturità di capire che la rabbia non è nei confronti del poliziotto ma verso il sistema e il proprio trascorso di vita.”

 

Ti dispiace quindi che passiate quasi sempre per i ‘cattivi’ di turno..

“Sì, perché non tutti gli esempi sono negativi. Ci sono tanti poliziotti che passano la propria giornata cercando di smorzare la detenzione con la propria semplicità e il più delle volte queste cose non vengono raccontate. Il racconto del male ha molto più successo di quello del bene. L’idea del carcere all’americana con i detenuti vittime e le guardie carnefici piace a tanti.”

 

Il tuo attivismo e le tue sensibilità hanno attirato su di te l’ostilità di colleghi e sindacati di polizia? 

“È la lotta più bella che abbia mai affrontato! (sorride). Quotidianamente osservo persone che non condividono la mia linea di condotta. Sono sempre stato visto come un diverso, un estremista che non accettava certe dinamiche corporativiste. Imparo tanto dai detenuti e i detenuti apprendono cose nuove da me, da questa linea non ho intenzione di recedere.”

 

Come giudichi l’uscita dei sindacati di Polizia Penitenziaria sul diritto all’affettività? Hanno usato questi termini, “non più afflittività della pena ma affettività del pene”…

“Purtroppo c’è un’ignoranza di fondo e uno spirito vendicativo ingiustificato. Sul tema del diritto all’affettività bisognerebbe mettersi dalla parte dei detenuti per comprendere la problematica. Queste frasi volgari rappresentano più il folklore di chi gestisce i sindacati che un reale sentimento degli agenti di Polizia Penitenziaria. Spesso a esporsi sono pseudo sindacalisti che stanno da anni chiusi negli uffici e non hanno idea di cosa sia il carcere.”

 

Negli anni si sono susseguiti vari racconti sulle violenze del GOM, i reparti d’elité della polizia penitenziaria. Che idea si è fatto a riguardo?

“Il GOM è il Gruppo Operativo Mobile, gruppi che si muovono per le prigioni che vengono visti come sistema di repressione e non di sorveglianza. Spesso sono composti da ragazzi molto giovani che hanno a che fare con detenuti particolarmente ostici, gente che non si fa mettere le mani addosso facilmente. Ma non sono in grado di dare un giudizio generale sulla questione.”

 

Che idea hai del 41bis?

“Temo ci sia poca chiarezza sul tema. Se l’obiettivo è gestire con un piglio più autoritario i capi storici delle organizzazioni criminali va bene, ma la tortura e la de-umanizzazione del detenuto che ne derivano è sbagliata. Lo Stato deve essere portatore di umanità, anche se qui il discorso è soggettivo e relativo alle varie strutture e alle diverse sensibilità di chi opera nel carcere.”

 

In gergo carcerario la battitura consiste nel battere con il manganello le sbarre che accertarsi che siano integre. Spesso tutto questo avviene anche di notte. Non è una pratica un po’ barbara?

“La battitura viene fatta all’ora stabilita dalle strutture e in base alle necessità, a Rebibbia purtroppo abbiamo avuto delle evasione che hanno reso necessario un controllo più assiduo, ma sempre nel rispetto degli orari. Anche lì spesso dipende dal buon senso dei singoli.”

 

Secondo la sua esperienza, quali sono i detenuti che – per indole e per reato commesso – hanno una vita più difficile in prigione?

“I sex offender e i pedofili hanno una vita durissima in carcere, vengono chiusi non solo dal carcere ma anche dagli altri detenuti. Poi anche quelli che collaborano con la giustizia e coloro che si mostrano più collaborativi con le forze di Polizia.”

 

Negli anni ha avuto modo di entrare in contatto con ex terroristi o detenuti famosi?

“Si può dire che li ho visti tutti. (ride). Tanti me li sono trovati davanti e sono di una gentilezza e di una civiltà assoluta. Penso a Valerio Fioravanti (NAR), a Renato Curcio (BR) e a molti altri.

 

I rapporti più complicati?

“All’inizio i rapporti con Pierluigi Concutelli furono molto duri, visto il suo carattere burbero era la persona meno indicata per il dialogo. Ma poi abbiamo avuto un rapporto più umano e civile e abbiamo imparato a rispettarci.”

Un pensiero riguardo “La prigione raccontata da una guardia carceraria

  1. pasquale bronzo 16 dicembre 2017 — 18:24

    Grande Ispettore Giannelli!!!

    Mi piace

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