Dalla lotta armata alle t-shirt, la storia di Made in Jail

Impegno politico, estremismo di sinistra, lotta armata, carcere e volontariato: è questo il filo rosso che lega la vita di Silvio Palermo – sei anni a Rebibbia per banda armata – a quella dei suoi compagni. Un percorso che ha portato alla nascita di Made in Jail, da trent’anni impegnata ad insegnare ai detenuti un’alternativa al carcere: la stampa serigrafica di magliette. Un’attività sociale con venature polemiche, rivolte a quella parte di società che si è dimenticata dell’esistenza dei detenuti.

Oggi Silvio ha concesso un’intervista a Prometeo Libero, parlandoci dei suoi trascorsi e di Made in Jail.

 

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Silvio Palermo ritratto da Livio Patriarca per Prometeo Libero

 

Com’è stata la sua esperienza in carcere?

“Durissima. Mi sono trovato sotto il regime «padre» del 41 bis, tale e quale al carcere duro odierno, solo che applicato ai detenuti politici. Ci isolarono, perché avevano paura che avremmo potuto politicizzare gli altri detenuti e organizzare rivolte.”

 

Quando nasce l’idea di un mix tra lavoro e arte – la serigrafia – in un posto come il carcere?

“Quando ci ponemmo il problema della fine della lotta armata, sia da un punto di vista pratico che ideologico, a metà degli anni ’80. Allora ci trovavamo nell’«area omogenea» di Rebibbia, uno spazio carcerario che rigettava sia la morsa del pentitismo che quella dell’irriducibilità di pensiero. È in questo contesto che abbiamo cominciato a pensare cosa fare dopo il carcere.”

 

La cooperativa Made in Jail è stata la soluzione?

“Si, avevamo l’intenzione di dedicarci all’ambito sociale, agli ultimi come lo eravamo stati noi. Inizialmente le magliette hanno rappresentato una provocazione, un espediente per parlare delle problematiche carcerarie, legate principalmente ai prigionieri politici. In ogni caso abbiamo sempre svolto volontariato. Successivamente sono diventate una via importante per il reinserimento sociale dei detenuti.”

 

Avete ricevuto una mano dallo Stato per la vostra attività in carcere?

“Pochissimo. Ministero e amministrazioni locali non ci hanno mai considerato, dato che abbiamo sempre operato con logiche apartitiche. Anche per i fondi europei è successa la stessa cosa: senza agganci politici non si ottiene nulla.”

 

Le istituzioni penitenziarie si sono rivelate collaborative?

“Si, nella misura in cui l’articolo 17 dell’ordinamento penitenziario lo prevede. Ti viene concessa libertà a patto che il lavoro che svolgi sia completamente gratuito, senza forme di rimborso. Per fortuna abbiamo trovato la comprensione e il sostegno di alcuni dipendenti dell’amministrazione penitenziaria, che hanno capito l’importanza della nostra azione.”

 

In un’intervista lei afferma di voler rendere i detenuti “imprenditori di sé stessi”. C’è riuscito?

“Si, siamo riusciti a reinserire ragazzi in semilibertà nel mondo lavorativo, anche aprendo un proprio laboratorio serigrafico. L’obiettivo è stato raggiunto soprattutto negli istituti minorili a cui abbiamo dato il nostro contributo (Casal del Marmo e Villa Andreini, ndr): per i giovani è più semplice cambiare vita.”

 

In che modo si può evitare la recidiva, il ritorno alla criminalità?

“Il cambiamento deve partire da sé, come convinzione personale di cambiamento. È inutile dire al fumatore di smettere di fumare, l’impulso deve partire da lui. Lo stesso vale per il detenuto. Noi lavoriamo per porlo nelle condizioni di affrontare questo percorso interiore.”

 

Che tipo di condizioni?

“Insistiamo innanzitutto su una formazione artistica e culturale, senza la quale non c’è cambiamento. Su questa base è poi possibile innestare una formazione professionale.”

 

I disegni e le scritte che stampate sono provocatorie e anticonformiste. Come nascono?

“Le idee alla base delle nostre magliette e felpe sono opera collettiva: arrivano da soci, da persone esterne legate a Made in Jail e ovviamente dai detenuti. Negli anni abbiamo creato più di 300 disegni dal contenuto più vario.”

 

Una vostra maglietta recita: «passare il tempo a perderlo». È forse questa la condizione di chi si trova in carcere senza una prospettiva futura?

“Si, assolutamente. Il carcere puro e semplice, senza progetti e prospettive, è una perdita di tempo e un costo per la società. Sarebbe ora di valorizzare il detenuto dal punto di vista umano e professionale, un orientamento sempre sostenuto da Made in Jail. Del resto anche Mao Tse Tung diceva: «se in riva al fiume vedi qualcuno che ha fame, non regalargli un pesce ma insegnagli a pescare». Lo stesso deve avvenire per i detenuti.”

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