Il diritto all’affettività in carcere

Il diritto all’affettività in prigione è uno dei temi più controversi e dibattuti degli ultimi anni sul tema-carceri. Una questione tornata alla ribalta mediatica dopo la notizia del primo matrimonio LGBT celebrato all’interno di un penitenziario italiano. Nella casa circondariale di Rebibbia due ragazze si sono unite civilmente in un evento storico ma sul tema non mancano reazioni ruvide e violente. L’avvocato Riccardo Polidoro, – che a Prometeo Libero ha già lanciato la provocazione della prigione come impresa ideale – ci spiega le ragioni di questo livore e lo stato dell’arte del diritto all’affettività nelle carceri italiane.

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Riccardo Polidoro ritratto da Livio Patriarca

Avvocato recentemente si sono celebrate le prime unioni tra persone dello stesso sesso. Siamo sulla buona strada per la tutela sostanziale del diritto all’affettività?

“Nel nostro ordinamento non c’è una legge che vieti l’affettività, anzi, viene sollecitato il contatto del detenuto con la famiglia. Una circostanza confermata anche dal principio della territorialità della pena, proprio per facilitare un contatto con l’esterno.”

 

Cosa manca allora per rafforzare questo diritto?

“La legge delega al Governo per la riforma dell’Ordinamento Penitenziario prevede una normativa che espliciti questo diritto all’affettività, che oggi è implicito ma che potrebbe essere espresso direttamente.”

 

Diritto all’affettività che non è solo sesso..

“Esatto, l’affettività comprende tutto, anche la possibilità d’incontrare i figli e i propri familiari in carcere.”

 

Cosa si può fare per umanizzare gli incontri all’interno del penitenziario?

“Ad esempio rendendo più familiare l’ambiente in cui incontrare i parenti. Non più stanzoni collettivi ma locali ad hoc dove stare qualche ora col familiare come avviene in alcune esperienze europee. Noi ci auguriamo che questo avvenga anche in Italia, ma vediamo che su alcuni fronti le reazioni sono scomposte e volgari.”

 

Il pensiero non può non andare al comunicato dei sindacati della Polizia Penitenziaria che hanno commentato i passi in avanti per tutelare il diritto all’affettività in questi termini: “non più afflittivitá della pena, ma affettività del pene”. Quali sono le ragioni di un’uscita così ruvida e pesante?

“La Polizia Penitenziaria fa un lavoro duro e encomiabile, tra mille difficoltà, ma mi chiedo come mai nessuno di loro abbia preso una posizione contraria a un’uscita volgare e difficilmente accettabile da parte di chi li rappresenta. Un sindacato addirittura ha scritto che ora gli agenti di Polizia Penitenziaria faranno ‘i guardoni di Stato’.”

 

La categoria è chiaramente contraria alla riforma dell’Ordinamento Penitenziario..

“Sì, i sindacati di Polizia Penitenziaria si oppongono alla riforma. Chiedono più assunzioni, sono contro la vigilanza dinamica, un discorso prettamente corporativo, che potrebbe avere un respiro più ampio. Ad esempio, sulla vigilanza dinamica, dovrebbero essere i primi a chiedere che i detenuti , invece di oziare nel passeggio nei corridoi, facciano quelle attività previste dalle norme. Sull’affettività, dovrebbero essere i primi a chiederne l’applicazione. Un detenuto impegnato nel lavoro o nello studio , che incontra i propri familiari con modalità che gli consentono un rapporto regolare, pur nei limiti temporali e logistici del carcere, ë una persona – come dimostrano le statistiche europee – che non crea problemi. Averli sempre chiusi in cella, senza far nulla, con sporadici incontri con i familiari, é una soluzione semplicistica e assolutamente sbagliata.”

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