Minoranze carcerarie e discriminazioni

Gabriella Stramaccioni è la Garante dei diritti dei detenuti presso il Comune di Roma. Ex coordinatrice nazionale di Libera, dal 1998 al 2013, è da anni noto il suo impegno nel campo dei diritti civili, della legalità e dell’uguaglianza sociale. Con Prometeo Libero ha deciso di parlare delle condizioni di una minoranza – le donne – nell’ambito carcerario romano e italiano, ponendo l’accento su due minoranze nella minoranza, le detenute rom e transessuali. Il risultato è uno spaccato proveniente dall’esperienza diretta di Rebibbia e Regina Coeli, carceri che si confermano “specchio della società”.

Stramaccioni

Ritratto di Gabriella Stramaccioni eseguito da Livio Patriarca

 

Qual è il livello di vivibilità nelle carceri romane?

“C’è senz’altro una situazione da tenere sotto controllo dato il sovraffollamento costante, soprattutto a Regina Coeli e Rebibbia Nuovo Complesso. Poi bisogna distinguere le varie situazioni, Regina Coeli ospita 85 diverse nazionalità mentre Rebibbia si divide in quattro sezioni e ospita l’istituto penitenziario femminile più grande d’Europa, con 380 detenute. L’impegno non manca.”

È da qualche anno che da più esponenti politici locali viene rilanciata la proposta di chiudere Regina Coeli. Lei che ne pensa?

“Occorre considerare che, nonostante le varie opere di ammodernamento, Regina Coeli originariamente era pur sempre un convento, non idoneo alle esigenze che oggi dovrebbe soddisfare. Andrebbe chiuso, ma ad oggi non è ancora stata avanzata una seria proposta politica per sostituirlo.”

La legge delega relativa alla riforma dell’ordinamento penitenziario denuncia la necessità di considerare i bisogni e i diritti delle donne detenute. È un’esigenza reale o no?

“Assolutamente, l’attuale ordinamento è fatto a misura d’uomo. Ad esempio non prende in considerazione la possibilità che una detenuta abbia un figlio piccolo da seguire. Non è giusto che anche i bambini vivano da reclusi. In ogni caso, qualche passo in avanti s’è fatto.”

Cosa intende?

“Mi riferisco all’apertura della Casa di Leda e alla prima unione civile che si è celebrata in Italia tra due detenute, il 26 ottobre scorso proprio a Rebibbia. Ho avuto la fortuna di assistervi e lo considero un traguardo importante in vista di una compiuta tutela del diritto all’affettività. L’Italia deve al più presto adeguarsi all’avanzata normativa europea a riguardo.”

Quali sono le condizioni delle detenute transessuali in Italia?

“Non soddisfacenti. Alcune di loro vengono recluse, anche qui a Roma, nei reparti maschili. C’è il rischio reale che vengano ghettizzate ed emarginate, costrette a vivere in spazi molto angusti.”

In che modo è possibile alleviare la loro condizione?

“È necessario creare strutture idonee ad ospitarle, con una buona vigilanza dinamica e spazi più ampi. È anche importante un’offerta adeguata di quelle attività di studio e lavoro fondamentali per un corretto percorso riabilitativo. Spero che la riforma dell’ordinamento penitenziario in cantiere vada in questa direzione.”

Alcune testimonianze della vita carceraria hanno dato rilievo alla discriminazione che subiscono le donne di etnia rom da parte della polizia penitenziaria. Il problema è concreto?

“Si, è una situazione che si è verificata, a causa di uno strutturale pregiudizio nei confronti del loro stile di vita. Del resto non bisogna stupirsi, è un fenomeno socialmente radicato e il carcere non è impermeabile alla società.”

Con questo modo di pensare non si rischia di deresponsabilizzare le istituzioni e di dare un implicito placet alla discriminazione?

“No, perché le istituzioni penitenziarie hanno comunque il dovere di combattere il fenomeno evitando la formazione di ghetti, diversificando la vita carceraria e la composizione delle celle. Riconoscere il problema non significa giustificarlo.”

Quali sono le carenze del sistema penitenziario su cui intervenire più urgentemente?

“Indubbiamente la tutela del diritto alla salute e del diritto al lavoro. Da una parte, infatti, l’affidamento della medicina penitenziaria alle Asl ha portato a liste di attesa interminabili, per cui non è garantita l’effettività del diritto alla cura. Dall’altra c’è un’offerta di lavoro molto scarna, andrebbe potenziata la qualità e la quantità delle attività lavorative carcerarie.”

Cosa dovrebbe convincere l’amministrazione penitenziaria a spendere tempo e denaro nel potenziamento dell’offerta lavorativa?

“Il lavoro è un incredibile strumento per abbattere la recidiva e per condurre una nuova vita all’insegna della legalità. A causa delle resistenze a capire questo concetto, non ne faccio più una questione di umanità per il detenuto ma di convenienza per la collettività. Un detenuto costa 220 € al giorno e se non viene recuperato rappresenta una sconfitta per il sistema e una perdita per la società.”

 

Un pensiero riguardo “Minoranze carcerarie e discriminazioni

  1. Gabriella Stramaccioni una garanzia. L’ho conosciuta a libera e nessuna delle nostre domande rimaneva inevasa.sempre attiva e disponibile. Sono sicuro che anche in questo suo nuovo ruolo farà un’ottimò lavoro.
    Riccardo

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