Il giudice sconosciuto

Decide se concedere la semilibertà o far rimanere un detenuto in carcere. Ha il potere di dare la libertà – anche se provvisoria e in forme non piene – e di toglierla. È garante della sicurezza dei detenuti in carcere e ne definisce il trattamento. Queste le principali funzioni del magistrato di sorveglianza, responsabile della corretta esecuzione penale. Un ruolo delicato, spesso poco conosciuto dall’opinione pubblica che in Italia – rispetto ad altri sistemi in cui è una funzione amministrativa – ha una piena giurisdizionalizzazione.

“Bisogna far conoscere alle persone il nostro lavoro”. È l’imperativo di Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza a Spoleto. Il rischio? Quello di cedere il passo alla superficialità su tematiche delicate come il carcere.  Con Prometeo Libero ha deciso di parlare a tutto tondo, soffermandosi sulla questione dell’informazione, dell’affettività in carcere, dei suicidi e molte altre. Ciò che emerge è una visione netta dell’esecuzione penale e del proprio lavoro, per un carcere che abbia il proprio baricentro nella rieducazione sociale e nel dialogo istituzionale.

Fabio Gianfilippi

Fabio Gianfilippi ritratto da Livio Patriarca per Prometeo Libero

 

Come giudica l’informazione dell’opinione pubblica sulle tematiche carcerarie?

“C’è un’ignoranza diffusa. Purtroppo si dà risalto solo ai fatti negativi di cronaca, distorcendo la reale percezione dei fenomeni. L’esempio dei permessi premio lo dimostra: meno dell’1% non va a buon fine, eppure leggendo la cronaca si ha la sensazione che siano uno strumento fallimentare e troppo indulgente.”

 

Quale crede sia la componente più importante del suo lavoro?

“Sicuramente l’ascolto dei detenuti, finalizzato ad un percorso di crescita, rieducativo, che porta alla fine della pena. Vedo il magistrato di sorveglianza come il garante dell’attuazione dell’art. 27 della Costituzione.”

 

Il suo lavoro può essere facilitato dalla riforma dell’ordinamento penitenziario in atto?

“È sicuramente importante che la legge delega si basi su principi come la valorizzazione delle pene alternative alla detenzione. Non ci deve essere alcuna preclusione automatica ad una pena alternativa, affinché il trattamento del detenuto sia veramente personalizzato. La tipologia di reato non può impedire a priori un trattamento diverso da quello intramurario.”

 

Però una limitazione a priori c’è, dato che viene escluso dai benefici della riforma chi è condannato per reati di mafia e terrorismo…

“Sono convinto che il magistrato di sorveglianza debba avere la massima discrezionalità possibile per la scelta del trattamento cui sottoporre i detenuti. Questo discorso vale anche per mafia e terrorismo. D’altro canto è stata fatta una scelta politica alla quale è necessario attenersi.”

 

Queste sono tematiche sensibili per l’opinione pubblica, come potrebbe accettare un discorso simile per reati così gravi?

“Rendendosi conto che in primis per i magistrati c’è consapevolezza circa l’entità del reato e la pericolosità del reo. L’ottenimento di un beneficio sarebbe frutto di un percorso molto intenso, con cui cambiare la mentalità del detenuto e le condizioni che lo hanno fatto cadere nella criminalità. Non è poi detto che siano concessi benefici, se non c’è cambiamento. In ogni caso le preclusioni sono solo un ostacolo ad un’esecuzione penale più costituzionale.”

 

Quali sono i vantaggi della concessione di misure alternative?

“Il guadagno sociale è considerevole ed è espresso in termini di maggior sicurezza. Le pene alternative abbattono la recidiva e favoriscono il rientro in società del detenuto, mitigando le influenze negative dell’ambiente che ha condotto al reato.”

 

La legge delega prevede anche la tutela del diritto all’affettività del detenuto. Che ne pensa?

“Il riconoscimento dell’affettività del detenuto rappresenterebbe una grande conquista, in grado di cambiare i connotati dell’esecuzione penale. La sessualità, in particolare, deve uscire dall’ambito della premialità per farsi finalmente diritto, in modo che non sia più subordinata ad un permesso premio. Un cambiamento porterebbe grandi benefici sia al detenuto che alla sua famiglia, facilitando il reinserimento sociale.”

 

È però impossibile un cambiamento se vengono espresse certe posizioni ostili anche all’interno del carcere, non trova? Ad esempio l’Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria (USPP) ha parlato di “affettività del pene” e di “eiaculazione penitenziaria”…

“Sono rimasto stupito dal comunicato del sindacato. Ribadisco l’importanza di un’affettività e sessualità laica, priva di pregiudizi e non considerata alla stregua di un premio o un vizio. In ogni caso, per esperienza personale, posso dire che ci sono molti operatori penitenziari che sentono l’importanza di una svolta su questo tema.”

 

Passiamo adesso al tema dei suicidi in carcere. Nel 2017 sono stati 52 i detenuti che si sono tolti la vita, il dato più alto da 5 anni a questa parte. Come si spiega l’incremento?

“La questione è sempre molto dolorosa. Il suicidio rappresenta la sconfitta di tutti coloro che si occupano del detenuto, a partire dal magistrato di sorveglianza. Segnala un’esigenza di maggior attenzione ed empatia, di fronte ad una carenza in tal senso. È quindi fondamentale il mantenimento del legame affettivo con la famiglia e la presenza di più assistenti sociali, psicologi e psichiatri che possano dare una mano nei momenti più difficili della detenzione.”

 

Ci sono soggetti più a rischio?

“Credo che gli stranieri siano più esposti. Spesso non conoscono la lingua e hanno la propria famiglia ad una distanza notevole. È anche in questi frangenti che si mostrerebbe l’importanza del diritto all’affettività, permettendo un collegamento audiovisivo con i familiari più agevole a grandi distanze.”

 

La tendenza al suicidio non risparmia nemmeno la polizia penitenziaria, dato che il tasso di suicidi è più del doppio della media italiana. In che modo si può rendere il mestiere più sostenibile?

“Gli agenti di polizia penitenziaria svolgono un ruolo delicatissimo, dal momento che sono i primi a rappresentare lo Stato all’interno del carcere e devono combattere con condizioni lavorative precarie. Per questo meritano un maggior sostegno e dialogo con le altre istituzioni penitenziarie. Bisogna fare in modo che non perdano mai il senso dell’importanza del loro lavoro.”

 

Concludiamo con un’insinuazione nei confronti del suo ruolo: alcuni denunciano una scarsa presenza dei magistrati in carcere, che preferirebbero il collegamento audiovisivo a distanza con i detenuti. Lei cosa risponde?

“La presenza dei magistrati di sorveglianza in carcere è prevista dalla legge ed è dunque necessaria. Devo però sottolineare anche il sovraccarico di lavoro cui quotidianamente siamo sottoposti, e che tende ad allontanarci dal carcere.”

 

Come si può uscire da questa situazione?

“Occorre potenziare gli uffici di sorveglianza, per fare in modo che la visita in carcere non sia un extra rispetto ad una quotidianità di provvedimenti da adottare. D’altra parte non bisogna accantonare gli strumenti che permettono colloqui a distanza, a patto che non sostituiscano integralmente la presenza fisica in carcere. Il magistrato deve sempre, in ogni momento, essere giudice di prossimità.”

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