Morire malati in carcere

Qual è la situazione sanitaria nelle carceri italiane? Quali sono le malattie più diffuse e le problematiche più urgenti di un ambito poco noto dell’universo carcerario?

Prometeo Libero ne ha parlato con Sergio Babudieri, Direttore scientifico della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria e uno dei maggiori conoscitori dei problemi legati alla salute nelle carceri del nostro Paese.

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Sergio Babudieri ritratto per Prometeo Libero da Livio Patriarca

 

Il sistema penitenziario italiano garantisce il diritto a essere curati?

“Sì, il diritto sulla carta è offerto ma i problemi ci sono a livello pratico. L’organizzazione è affidata spesso alla buona volontà dei singoli e si fa generalmente una medicina di attesa. Esattamente come faceva il vecchio medico di guardia prima del 2008, quando la Sanità in carcere era gestita dal Ministero della Giustizia, che aspettava che il detenuto si tagliasse o avesse dei sintomi evidenti per visitarlo. Oggi la Medicina Penitenziaria, proprio perché in carico al Servizio Sanitario Nazionale, dovrebbe essere proattiva, con tutti i medici in servizio in carcere che prendono in carico un certo numero di persone detenute, come se fossero il loro medico di famiglia durante tutto il periodo della detenzione.”

Le carceri fanno affidamento sulle Aziende Sanitarie Locali e non c’è un coordinamento centralizzato. In concreto questa disomogeneità che problemi comporta?

 “Problemi diagnostici e di disomogeneità delle cure che un paziente detenuto riceve nel passaggio da un penitenziario all’altro. Le faccio un esempio che mi è capitato ultimamente. Mesi fa è stato trasferito da Padova a Sassari un detenuto che in Veneto aveva iniziato da solo una settimana una terapia innovativa per la cura dell’Epatite C. In quel momento in Sardegna, che è regione a statuto autonomo, la prescrizione di questo farmaco ancora non era stata autorizzata. Ho chiesto a chi aveva fatto la prescrizione di inviarci i farmaci per completare la terapia di 12 settimane, ma amministrativamente non era possibile, anche perché il paziente detenuto era straniero e la spesa non era attribuibile alla ASL di residenza.”

Cura del paziente che è anche attenzione verso la salute pubblica..

“Esatto, è proprio lì il punto. Persone sessualmente attive, che fanno uso di stupefacenti scambiando le siringhe e che si fanno i tatuaggi in cella, sono potenziali trasmettitori di malattie infettive sia durante la detenzione che quando tornano in libertà nella comunità generale e curarli non solo permette la loro guarigione, ma previene anche la trasmissione agli altri.”

Quali sono le patologie più presenti nelle prigioni italiane?

“La patologia psichiatrica è la più frequente, lo stesso fatto di entrare in carcere costituisce un trauma scientificamente ben descritto. Molti individui vengono da situazioni di marginalità sociale dove le patologie psichiatriche spesso sono latenti. La situazione psichiatrica più importante non è la schizofrenia conclamata, che è evidente anche agli Agenti di Polizia Penitenziaria, ma i casi in cui la persona detenuta ha delle forme latenti che lo portano a chiudersi in se stesso, a non comunicare ad infermieri e medici la propria condizione di grande disagio, esponendosi in tal modo a grandi rischi anche di suicidio.”

E le malattie infettive?

“Diffusissime, soprattutto le virosi croniche come epatite B, C, HIV e la Tubercolosi latente. Il problema è che non esistono dati ufficiali ma solo stime, generalmente basate su rilevamenti limitati a pochi Istituti Penitenziari, pubblicati sulla Letteratura internazionale ed eseguiti da colleghi nella maggior parte dei casi iscritti alla nostra Società.”

I malati subiscono una particolare forma di discriminazione da parte degli altri detenuti?

“Questo dipende molto dalle leadership locali. Anche in prigione possono esistere degli opinion leader, quelli che tra i detenuti hanno ascendente sugli altri e da loro dipende una maggiore o minore accettazione del malato. Abbiamo attuato, anche recentemente, programmi di educazione sanitaria coinvolgendo non solo un infettivologo ma anche un paziente sieropositivo ed ex detenuto, che ha spiegato i problemi sanitari in carcere con lo stesso linguaggio dei detenuti. Si è trattato di una educazione sanitaria trasmessa orizzontalmente e che si è rivelata efficace a tal punto che poi ci sono stati tra i detenuti dei rieducatori interni che hanno provveduto autonomamente alla ulteriore diffusione delle informazioni corrette.”

E quando non c’è una leadership locale sensibile al tema?

“In questi casi ci possono essere delle discriminazioni, soprattutto quando c’è una prevalenza di detenuti che provengono dal nord Africa. I magrebini, ad esempio, spesso non accettano di essere positivi all’HIV perché nel loro ambiente avere una cosa simile è sinonimo di omosessualità. E tutto questo di conseguenza provoca delle discriminazioni tra detenuti.”

Quando in carcere avvengono violenze da parte della polizia penitenziaria si parla di casi di omertà anche da parte del personale medico. Qual è il suo commento?

“Il carcere non è un luogo di santi e le violenze tra i detenuti o con la Polizia Penitenziaria sono avvenuti, sarebbe inutile negarlo. L’omertà riferita ai medici è un termine forte, perché bisogna comunque ricordare come deontologicamente quando c’è una lesione, i professionisti sono assolutamente tenuti a refertare. Se non lo fanno la colpa è grave. Non voglio essere reticente, ma posso dirle che sono 30 anni che vado nei penitenziari e da quando i medici e gli infermieri dipendono dal Servizio Sanitario Nazionale è più difficile che ci siano delle omertà di questo tipo.”

È cambiata anche la sensibilità degli agenti di polizia penitenziaria su questo fronte?

“La sensibilità e la cultura, pensi che fino a qualche anno fa per raggiungere posizioni apicali bastava un diploma, oggi serve una laurea. Era noto che c’erano degli Istituti Penitenziari dove venivano mandati i detenuti più turbolenti, perché era maggiore la capacità di sedare i soggetti meno gestibili rispetto ad altri. È evidente che tra quelle mura qualcosa di diverso avveniva..”

La morte in carcere di persone malate viola l’articolo 32 della nostra Costituzione. Quali provvedimenti immediati potrebbero iniziare a metter fine a questa situazione di illegalità?

“Qualsiasi riduzione dell’attività sanitaria è una pena aggiuntiva e non dovuta che quella persona subisce. Tutto deve partire dall’alto. Sono già previsti osservatori regionali della tutela della salute in carcere, ma servirebbe un osservatorio nazionale in grado di coordinare in modo omogeneo le attività e la raccolta ufficiale dei dati sulla diffusione delle diverse patologie in tutti i 190 carceri italiani e che dovrebbe essere posizionato all’interno dell’Istituto Superiore di Sanità. Non sono cambiamenti semplici da attuare; quello che lo Stato dovrebbe fare è trovare le modalità ed i mezzi perché gli operatori sanitari penitenziari possano essere messi in condizione di rendere al massimo. Ad esempio prendendo in mano proattivamente tutte le situazioni sia cliniche che epidemiologiche, anche perché la Salute Penitenziaria è, a tutti gli effetti, anche Salute Pubblica che si coniuga contestualmente in questo ambito alla sicurezza nazionale.”

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