L’odore del carcere

Federico Caputo ha avuto una vita difficile. Dopo l’adolescenza passata a Ferrara, militando anche nella formazione giovanile della Spal, ha conosciuto il tormento della droga ed è finito in carcere a soli 21 anni. Dopo una lunga dipendenza, ricadute, gravi problemi di salute, arresti e più di 10 anni passati in vari penitenziari, Federico ha deciso di scrivere un libro, Sensi ristretti, in cui raccontare la sua esperienza. Quello che emerge è un carcere duro, sofferto, ottuso, incapace di assolvere alla propria funzione rieducativa. Oggi Federico è volontario per la tutela dei diritti, in particolari quelli dei detenuti. A Prometeo Libero ha voluto raccontare la sua visione del carcere ed il suo impegno affinché siano migliorate le condizioni carcerarie.

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Federico Caputo ritratto da Livio Patriarca per Prometeo Libero

 

Perché ha deciso di incentrare il racconto della sua esperienza in carcere sulla percezione dei sensi?

“Perché solo attraverso i sensi è possibile capire cosa sia davvero il carcere. Penso che la sua vera essenza venga fuori soprattutto di notte. Gli occhi vedono solo il buio, mentre l’udito è colpito da suoni che fanno venire i brividi. Gente che urla, protesta, tenta atti di autolesionismo. Per forza di cose mi sono trovato a confrontare con i sensi.”

 

Oltre l’udito e il gusto, molto importante per lei è stato l’olfatto. Nel libro afferma di aver sentito «l’odore della sofferenza». Come lo descriverebbe?

“L’olfatto è il primo senso che si attiva quando entri in carcere. L’odore del carcere, e quindi della sofferenza, è un misto di sudore, fumo, biancheria da lavare, odore di divise militari e chiuso. Ma è anche odore di sangue. Definirlo ‘puzza’ sarebbe un complimento. È difficile da dimenticare, rappresenta una cicatrice indelebile. Ancora oggi, quando ritorno con la mente a quei tempi, lo sento in modo chiaro, netto.”

 

Il carcere che racconta è anche un’incomprensibile macchina burocratica. L’assurdità delle regole penitenziarie emerge da questo passaggio: «non può passare (in carcere, ndr) un accappatoio con cappuccio, né una cinghia per pantaloni perché c’è il rischio di suicidio, ma è tollerato distruggere le lenzuola per farne delle strisce da cui ricavare una sorta di cintura proprio per accappatoio e pantaloni. Purtroppo chi decide di farla finita non necessita di cinture proprie, è già tutto fornito nel materiale in dotazione.» Lo Stato non combatte la tendenza al suicidio?

“No. Penso che il carcere sia un’armeria a disposizione dei detenuti. L’amministrazione penitenziaria è capace di non farti passare un libro perché ha la copertina rigida, però poi ti fa portare l’olio in una bottiglia di vetro. Lo stesso vale per le scatolette di tonno, da cui i detenuti spesso ricavano un taglierino, e per molte altre cose. Molte regole sono davvero assurde.”

 

Come si potrebbe migliorare la situazione?

“Con la prevenzione, non si può intervenire solo quando si vede il sangue. La prevenzione si fa con più educatori sociali, dato che per parlare con loro ci vogliono mesi. Anche di psicologi non ce ne sono. Se non fosse per i volontari, non so davvero quanto sarebbe dura. Dal punto di vista legislativo, poi, devono cambiare molte cose. Ho letto il Piano Nazionale per la prevenzione dei suicidi in carcere e credo sia scritto male, alterna parti complicate a ovvietà disarmanti.”

 

Nel racconto parla di persone che si fanno del male, ingeriscono colla, rifiutano terapie, si tagliano all’interno del naso con una lametta pur di essere ricoverati in ospedale e uscire dal carcere. Quando ci si accorge della necessità di questi atti di autolesionismo?

“Quando si capisce che è compromesso il rapporto fiduciario tra medico e paziente-detenuto. Il medico penitenziario non è come quello ‘normale’. Si occupa infatti di redigere relazioni sul tuo stato di salute da cui dipende la tua permanenza in carcere. Se queste relazioni non corrispondono alla percezione che il detenuto ha di sé o vengono rigettate dal magistrato di sorveglianza, il medico diventa la prima persona da ‘attaccare’. E si attacca evitandolo, cercando in tutti i modi il ricovero diretto in ospedale, senza passare per medico e magistrato di sorveglianza.”

 

Se il carcere fosse un paziente da curare, quale sarebbe il ruolo dei detenuti nella sua riabilitazione?

“È un ruolo importante, purché i doveri vadano di pari passo con i diritti. I detenuti devono essere consapevoli del fatto che non possono chiedere diritti se prima non rispettano i doveri dettati dalla legge. Innanzitutto evitando scontri e proteste violente in carcere, per quanto possa capire la disperazione di alcuni. La ‘lotta’ passa per lo stato di diritto, per la legge. Le tue armi devono essere le stesse che ti hanno rinchiuso dentro ad una cella. Per fare discorsi di questo tipo ci vuole però un cambiamento radicale, una certa istruzione e apertura al dialogo e al dubbio. Non è semplice.”

 

Per la riabilitazione del carcere si può sfruttare anche l’ingegno dei detenuti? Nel libro parla di un detenuto capace di trasformare uno sgabello avvolto con la carta stagnola in una specie di forno per le pizze. Come si possono valorizzare le potenzialità latenti dei detenuti?

“Certo che si può. Il detenuto in questione veniva chiamato dagli altri ‘33’, come i chili di droga che gli hanno sequestrato. Era un pizzaiolo fenomenale. Il problema sta nel fatto che in carcere manca l’occhio che possa vedere queste potenzialità. Le guardie sono abituate a vedere altro. Però aiutano molto i vari laboratori di lavoro, di scrittura e altri organizzati in carcere.”

 

Dopo la scarcerazione, lei racconta delle sue difficoltà nella conversazione e nel compiere azioni banali, come fare benzina al self service o riconsegnare un dvd a noleggio. É così difficile ritornare ad una normale quotidianità?

“Parecchio. Ancora adesso ho dei comportamenti, delle reazioni immediate che derivano dal periodo della detenzione. È difficile ritrovare un equilibrio dopo il carcere. Ad esempio, è solo da pochi anni che in casa cammino con le ciabatte. In carcere si cammina solo con le scarpe. Sono la prima cosa da indossare una volta svegliati. Questo perché la rissa, la violenza con i compagni di cella può essere imminente e se ti trovi scalzo hai perso. Se hai le scarpe ti puoi difendere. Se un detenuto si infila le scarpe senza apparente motivo, quello può essere un campanello d’allarme che invita a stare in guardia. Episodi di questo genere sono solo un piccolo assaggio della tensione che si respira in cella.”

 

Qual è l’importanza di un rinnovamento della narrazione carceraria, in modo che possa raggiungere più persone di quante ne raggiunga ora?

“Moltissima. Uno dei principali problemi del carcere è la disinformazione. Ad esempio, si pensa che lo Stato ti mantenga gratuitamente e dignitosamente, con la tv a colori e cibo di qualità. Niente di più falso. Ogni detenuto costa allo Stato tre euro al giorno per colazione, pranzo e cena. Immagina che qualità. Poi, quando finisce la detenzione, si presenta lo Stato e chiede il conto.”

 

Come si combatte la disinformazione?

“Cercando le parole adatte per raggiungere le persone, che siano il più semplici e meno tecniche possibili. È poi importante andare molto nelle scuole, a parlare con i giovani. Inizialmente ho avuto resistenze, ho pensato «se lo faccio mi sputtano». Però ho superato questa cosa, è troppo importante far capire ai giovani che esiste una prospettiva diversa, di superamento dei pregiudizi. Un’altra cosa fondamentale è il coinvolgimento di una platea che sia la più ampia possibile, senza che il carcere rimanga nelle mani solo degli addetti ai lavori o di certe associazioni…”

 

A chi si riferisce?

“Ai Radicali. Alcune loro iniziative non mi trovano d’accordo, come lo sciopero del carrello (protesta consistente nel rifiutare il cibo del carcere, ndr) per chiedere l’approvazione della riforma penitenziaria. Lo sanno tutti che poi in cella i detenuti mangiano. Si tratta di una forma che lascia il tempo che trova e che non va ad incidere su nessuno. E poi non mi piacciono alcune modalità. Marco Pannella, quando c’era uno sciopero del genere, raccomandava ai detenuti malati di non farlo, perché non erano adatti per sostenerlo. Adesso queste attenzioni non ci sono più, si innesta un meccanismo tra i detenuti per cui sei costretto a farlo anche se malato. In ogni caso apprezzo la loro attività, ma ci vorrebbe più sensibilità.”

 

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