Pregiudizio di mafia: Badalamenti si racconta

Ci sono fatti, storie e circostanze che è impossibile scrollarsi di dosso. Portare il cognome di uno dei più temibili boss della storia di Cosa Nostra, Gaetano Badalamenti, e un padre ucciso per colpa di quello stesso cognome ne sono un esempio. Silvio Badalamenti, nipote di Gaetano, lavorava nell’esattoria di Marsala. Fu ucciso mentre andava a lavoro dai “corleonesi”, che avevano iniziato una faida contro i Badalamenti. Maria, la figlia, aveva nove anni e da quel momento la sua vita cambiò. A Prometeo Libero Maria ha voluto raccontare chi fosse “Don Tano”, il suo impegno contro la mafia, la sua battaglia per riabilitare il nome del padre e le tante difficoltà incontrate a causa del pregiudizio. Perché come Abele era fratello di Caino, avere parenti mafiosi non deve poter dire esserlo a sua volta.

 

Lei ha conosciuto Gaetano Badalamenti. Come lo descriverebbe?

Era un uomo molto astuto e carismatico. Era minaccioso e allo stesso tempo estremamente calmo. Molti mafiosi sono così, mantengono un basso profilo e a tratti sembra che abbiano gli occhi spenti e ottusi, ma è solo un inganno.

 

Cosa ha voluto dire nella sua vita portare un cognome così?

Sono orgogliosa del mio cognome perché era il cognome di mio padre Silvio, una persona onesta e fuori dalle logiche mafiose. Purtroppo nella vita mi ha penalizzato, ha portato solo morte, dolore e solitudine. Il mio cognome mi ha fatto perdere opportunità di lavoro e amicizie. Ho dovuto scontare un pregiudizio immenso, dovuto in parte ad un’antimafia opportunista e di convenienza…

 

A chi si riferisce?

A tutte quelle persone che cercano potere, denaro e notorietà senza andare incontro a veri rischi, o perché sono collusi o perché hanno paura dei mafiosi. Ne conosco varie ma non posso andare oltre riferimenti generici.

 

Afferma che suo padre si è sempre voluto tener fuori dagli affari di mafia, eppure dagli atti del processo Impastato emerge la testimonianza di Angelo Siino (considerato dalla stampa come il “ministro degli appalti della mafia stragista”, poi collaboratore di giustizia, ndr), secondo cui Silvio Badalamenti sapeva che Gaetano fosse il mandante dell’omicidio di Impastato. Cosa ne pensa?

So con assoluta certezza che Siino abbia voluto fare il nome di mio padre per proteggere altre persone. Sono stata molto amica di suo figlio Giuseppe, il quale, da ragazzi, pensava che i nostri padri si conoscessero. Invece è uscito fuori che Angelo Siino conosceva Salvatore Badalamenti, il fratello di mio padre. E poi nella testimonianza di Siino non compare alcuna fattispecie di reato, è stata fraintesa.

 

Si spieghi meglio.

Siino non dice che gli è stato confidato il mandante dell’omicidio. Parla solo di un Badalamenti che con tono scherzoso e volgare fa una battuta su Peppino Impastato, affermando che finalmente gli avevano chiuso la bocca. E sostiene che quel Badalamenti fosse Silvio. Quelli non sono i toni, né lo stile di mio padre. Sono sicura che Siino abbia voluto fare il nome di un morto per non mettere in mezzo un vivo.

 

L’associazione culturale Peppino Impastato, riferendosi a Silvio Badalamenti, ha dichiarato che è inaccettabile includere tra le vittime di mafia gli appartenenti alle famiglie mafiose. Cosa risponde?

È una polemica che mi ha sconvolto, non ha senso. Anche Peppino Impastato era figlio di un mafioso. Entrambi hanno detto no alla mafia e ne sono vittime. Mio padre è stato ammazzato mentre andava a lavoro a Marsala, disarmato, cosa che nessun mafioso si sognerebbe di fare. Non è altro che un capro espiatorio. Anche Giovanni Falcone, in sede processuale, lo ha definito ‘galantuomo’. Mi chiedo perché l’associazione non si scagli contro gli altri parenti di Gaetano Badalamenti. Noi siamo gli unici a non aver avuto nulla della grande ricchezza di famiglia, e questo perché mio padre ha detto no alla mafia. Questo rifiuto lo sto tutt’ora pagando.

 

In che modo?

Attraverso pressioni, minacce dagli stessi membri della famiglia. Ho fatto denunce importanti contro la mafia, a persone come il p.m. Di Matteo. Ho grandi difficoltà lavorative, sembra che tutti abbiano la precedenza nei miei confronti. Vivo solo gestendo una piccola rendita proveniente dalla parte di mia madre. Mi trovo tra i due fuochi dell’antimafia opportunista e della vera mafia, che mi disprezza. Mi sento isolata e impotente.

 

Cos’è cambiato tra la Sicilia degli anni ottanta-novanta e quella attuale?

Tantissimo, soprattutto Palermo. Lì ho tanti amici e si respira un’aria diversa, migliore. Non si può dire la stessa cosa di Cinisi. È un paese con una forte mentalità mafiosa, dove il mio cognome incute ancora timore e rispetto.

 

Come si combatte la mafia?

Con l’ironia, smontando il mito che gli uomini d’onore si sono creati attorno. Poi ci vuole una politica sana e pene sicure, va riformato un sistema di potere troppo spesso colluso e corrotto. La mafia ha un conto salato da pagare, ha distrutto una terra stupenda. Ma non smetterò mai di credere in una Sicilia finalmente libera, la gente è sempre più consapevole delle potenzialità siciliane e del male che la mafia ci ha fatto.

 

Qual è stata la sua reazione alla morte di Riina?

Ho pensato solo una cosa: ‘oggi gioco con le Barbie’. Le stesse bambole che mi sono state strappate via a nove anni, quando hanno ammazzato mio padre. Da qual giorno la mia vita è stata un inferno. Non dico che mi sia stata resa giustizia, ma per un giorno ho sentito quelle bambole di nuovo tra le mie mani.

 

 

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