Da detenuti a birrai: la scommessa di Vale la Pena

Paolo Strano è un uomo determinato, uno che sa di avere un obiettivo e di doverlo raggiungere. È presidente di Semi di Libertà Onlus, un’associazione che gestisce il progetto “Birra Vale la Pena”, con lo scopo di impiegare i detenuti di Rebibbia ammessi al lavoro esterno nella produzione e vendita di birra. Un’attività fortemente etica, capace di attirare riconoscimenti politici bipartisan, da Zingaretti (Pd) a Frongia (M5s). «Però noi siamo a-politici e a-partitici, e abbiamo tutte le caratteristiche che hanno come prefisso a-. Siamo fieri della nostra neutralità», dice. A Prometeo Libero ha parlato del suo impegno, delle numerose difficoltà incontrate e della sua attrazione fatale nei confronti dei detenuti. Con Paolo siamo andati alla scoperta di una realtà produttiva in miniatura, caratterizzata dall’alta qualità dei prodotti e dalla finalità di creare per i detenuti un “anello di congiunzione” tra il carcere e la società esterna. Giovedì 11 ottobre c’è l’inaugurazione a Roma, in via Eurialo 22, del primo pub in cui saranno vendute le birre di Vale la Pena, e Paolo è molto impegnato per i preparativi. Ma non chiamatelo persona più “ricercata” del momento: «Se si pensa al carcere il doppio senso viene naturale», dice ridendo.

 

 

Paolo tu hai una formazione da fisioterapista, apparentemente il mestiere più lontano dal carcere. Cosa ti ha spinto a immergerti nella dimensione carceraria?

“Il semplice contatto con i detenuti. Lavoravo per l’ospedale Nuovo Regina Margherita e, quando la cura della salute dei detenuti è passata al Ministero della Salute, sono entrato per la prima volta a Regina Coeli. È stata una folgorazione. Per gestire Vale la Pena e aiutare i detenuti mi sono licenziato dal servizio sanitario nazionale, il che da un punto di vista professionale è una follia totale.”

Perché per il tuo progetto di reinserimento lavorativo dei detenuti hai deciso di puntare sulla birra artigianale?

“Può sembrare una scelta eccentrica, anche perché molto spesso ho incontrato detenuti con problemi di alcol. L’investimento sulla birra è stato frutto di un calcolo ragionato che doveva sostenere economicamente il progetto, dato che non avremmo ricevuto un euro di finanziamento dalla politica. Peraltro il progetto di Vale la Pena è nato nel 2012, in piena crisi economica e imprenditoriale, e il settore delle birre artigianali era uno dei pochissimi che prometteva margini di crescita.”

I fatti ti hanno dato ragione…

“Si, negli ultimi anni c’è stato il boom delle birre artigianali. Pensa che nel 2012, quando ho fatto il primo business plan, c’erano 312 birrifici artigianali in Italia, oggi sono 1200. Il segreto della birra è tutto nella convivialità che riesce a creare, in una realtà piccola come la nostra è un fattore decisivo per creare una clientela e sensibilizzarla sui temi carcerari.”

Economia Carceraria è un circuito di prodotti provenienti da manifatture interne ed esterne ai vari carceri italiani, che vedono i detenuti coinvolti nelle attività più disparate, come la produzione del caffè, del pane, di vestiti o la serigrafia. Cosa accomuna tutti questi progetti?

“Due cose in particolare: la finalità di contrasto della recidiva e l’assoluta qualità dei prodotti. Si tratta infatti di piccole produzioni artigianali, che vengono seguite con cura e portate avanti con passione e orgoglio. La voglia di riscatto e quella di dimostrare che si è capaci di fare qualcosa sono il primo motore della qualità.”

Giovedì 11 ottobre c’è l’inaugurazione a Roma del primo pub&shop di Economia Carceraria, in cui verranno esposti i prodotti dei detenuti e i riflettori saranno puntati sulla birra di Vale la Pena. Come ti senti, è un momento storico?

“In realtà non lo sento come tale, è un impegno che assorbe tantissimo tempo e devo fare in modo che ci sia partecipazione e non sorgano problematiche. Emotivamente il grande passo è stato compiuto quando siamo riusciti a tirare su la serranda del locale, il 13 settembre. La soddisfazione è tanta, soprattutto se ripenso a quante ne abbiamo passate per dare corpo al progetto…”

Cioè?

“Abbiamo fatto la prima “cotta” (produzione di birra, ndr) nel settembre 2014 e la prima birra l’abbiamo chiamata “er fine Pena” perché l’attesa dell’autorizzazione fiscale è durata 7 mesi. Dimmi te se non somiglia in tutto e per tutto all’espiazione di una condanna! Tempo tre mesi e la Asl ci fa una multa e ci blocca la produzione perché la scuola scelta dal Miur per ospitare il birrificio non è a norma di legge per gli scarichi. Per questo siamo stati chiusi due anni e abbiamo avuto un bel danno economico. Ora capisci cosa intendo.”

Quindi è vero che per un privato non conviene investire sul carcere?

“Sto provando a combattere questa mentalità. È vero che l’investimento all’interno del carcere non è redditizio, è un’avventura troppo rischiosa. Noi abbiamo investito sul lavoro esterno dei detenuti e puntiamo su due fattori. Il primo è la forte riduzione del costo del lavoro con l’assunzione di detenuti, grazie alla legge Smuraglia. Il secondo è la curiosità morbosa dei clienti “liberi” nei confronti dei detenuti lavoratori, una curiosità che ho già visto negli studenti della scuola che ospita il nostro birrificio. Abbiamo un appeal che nessun’altra attività ha.”

In che modo intendi sfruttare questa attrattiva?

“Insistendo molto sul tema del carcere. L’arredamento del pub ricorda molto una cella, con grate e manette. I nomi delle birre sono ironici e rimandano continuamente al vissuto dei detenuti. Non è da tutti chiamare la birra “ReciDipa” o “Le(g)Ale”. In questo modo giochiamo sullo stereotipo del detenuto, convinti che sia il modo migliore per contrastarlo.”

Com’è la cooperazione tra studenti e detenuti? Che rapporto c’è?

“Gli studenti impegnati in questo progetto, così come i detenuti, affrontano un percorso di conoscenza della legalità. L’incontro con i detenuti ha provocato un’enorme curiosità, anche perché i ragazzi sono molto influenzati da serie tv come Romanzo Criminale e Gomorra. Hanno il mito del carcerato e del crimine. Con il tempo si è consolidato un certo legame, di rispetto reciproco.”

Quali sono le prospettive future di Vale la Pena e di Economia Carceraria?

“Se il pub va bene vorrei aprirne altri con la stessa impronta, a Roma e non solo. Abbiamo anche creato una s.r.l. (società a responsabilità limitata, ndr) per la distribuzione dei nostri prodotti. Per quanto riguarda Economia Carceraria, il prossimo anno organizzeremo un festival a Roma con diverse novità e vorremmo dar vita a mini-festival regionali. Il tutto si svolgerà ovviamente in maniera etica, sono convinto che ne possa nascere un business pulito e sostenibile.”

La parola “business”, se riferita a settori sensibili come il lavoro dei detenuti, a Roma evoca il fantasma di Mafia Capitale. Sei convinto che nessuno possa accusarti di lucrare sulla pelle dei detenuti?

“L’accusa è quotidiana, basti pensare al significato negativo che ha assunto il termine “cooperativa”. Ormai viene associata solo a Buzzi e Mafia Capitale. In ogni caso il pub e la distribuzione dei prodotti saranno gestiti da s.r.l., che per definizione prevedono il profitto. A maggior ragione pagheremo tutte le tasse e i detenuti saranno regolarmente retribuiti. Una situazione più limpida di questa proprio non mi viene in mente.”

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I ragazzi di Vale la Pena

Un pensiero riguardo “Da detenuti a birrai: la scommessa di Vale la Pena

  1. Pasquale Bronzo 13 ottobre 2018 — 2:41

    In bocca al lupo a Paolo Strano. Vale la pena, certamente.

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