Radio Carcere, la sfida allo Stato di Riccardo Arena

Radio Carcere è il programma di Radio Radicale che si occupa dei detenuti e dei loro processi.  Uno spazio libero in cui si parla di persone che, oltre alla pena – sacrosanta – per i propri reati, subiscono quella – inumana – di una detenzione degradante. In un mondo dei media dominato dal sensazionalismo, Radio Carcere dà voce ai detenuti, parla del processo penale, porta i politici a riflettere senza retorica di diritti umani, fa dialogare polizia penitenziaria, avvocati e magistrati di sorveglianza.

Ascoltatissima nei penitenziari, a Radio Carcere si leggono le lettere chi è ancora detenuto e si fa informazione sulle novità dell’esecuzione penale.

È una breccia nella cortina innalzata tra il mondo delle prigioni e la percezione dell’opinione pubblica, spesso inconsapevole delle condizioni detentive e del drammatico sovraffollamento carcerario, in netto contrasto con la Convenzione Europea dei Diritti Umani.

A condurla è Riccardo Arena, instancabile narratore delle vicende processuali e carcerarie, voce ostinata e fuori dal coro rispetto alla giungla di maratone politiche e talk show stucchevoli.

Come dice Massimo Bordin, a parlare di carceri sono rimasti solo i preti e i radicali. Ci siamo anche noi di Prometeo Libero, a cui Riccardo Arena ha deciso di raccontare il proprio impegno e lavoro con Radio Carcere.

 

Riccardo, come nasce l’idea di Radio Carcere?

Ero ancora avvocato penalista e mi rendevo sempre più conto di quanto mancasse un’informazione che si occupasse con costanza dell’andamento del processo penale e della condizione carceraria. Così ho sospeso l’attività di avvocato e ho iniziato questa avventura.

 

Lasciare l’attività forense per lanciarsi su un’idea rischiosa. Un azzardo…

Vero. Ma sono le scelte che fanno una persona, no?

 

E come sei arrivato a Radio Radicale?

Radio Radicale e il mondo radicale sono costruiti sulle possibilità, così è stato anche per me. Ho proposto l’idea a Massimo Bordin, che ancora era il direttore, e dopo poche settimane Radio Carcere era in onda.

 

Tu racconti da quasi vent’anni i problemi del processo penale e del sistema penitenziario. Quali sono le categorie che hanno manifestato insofferenza nei confronti del tuo lavoro?

Non sono singole categorie ma singole corporazioni di una categoria. Ad esempio, se si critica una sentenza scritta da un magistrato di una corrente, ti attaccano i magistrati di quella corrente. Se metti in luce un caso di possibile violenza in carcere, ti attacca un singolo sindacato di polizia penitenziaria e così via. Pensa che tempo fa mi hanno detto che al ministero della Giustizia un agente fu incaricato di ascoltare tutte le puntate di Radio Carcere. Alla fine l’avranno ricoverato! (ride). Tornando seri, occuparsi di giustizia fa capire come in Italia non si vada nel merito delle questioni analizzando le critiche mosse, ma si proceda con una difesa a prescindere, tipica dello spirito corporativo.

 

Su questo pare che tra politica e giustizia non ci siano grandi differenze

La politica ha responsabilità enormi sul cattivo funzionamento del processo penale e sulla condizione penosa delle carceri. E questo per incapacità o per convenienza.

 

Quale convenienza?

Intanto i sondaggi, che hanno fatto più danni del vaiolo e condizionano le scelte politiche anche in tema di giustizia. E poi mi chiedo: siamo sicuri che la politica voglia un processo che duri 6 mesi o un anno, e non preferisca invece conservare un processo che duri 8 anni e che vada in prescrizione?

 

Al nostro Paese servono nuove carceri?

Il problema indubbiamente esiste. Molte delle nostre carceri sono vecchie e sono inidonee a essere destinate a istituti di pena. Di conseguenza il sistema ha bisogno di nuove strutture. Però attenzione, non credo servano carceri nuove e tutte uguali come si usa fare. Mentre penso che servano carceri soprattutto diverse tra loro.

 

In che senso carceri diverse?

Bisogna pensare a strutture carcerarie che siano diverse a seconda delle caratteristiche delle persone che devono ospitare. Ad esempio: carceri come Bollate per chi vuole imparare un lavoro o carceri-comunità per chi soffre di una dipendenza, che è sempre la causa che ha determinato il delitto. Insomma, abbiamo bisogno di un sistema carcerario e di un sistema sanzionatorio dinamico, mentre oggi è statico, completamente fermo e costosissimo.

 

Come smuovere il sistema per applicare una sanzione su misura?

Bisognerebbe iniziare nel rimettere al centro il giudice di primo grado, che è il vero dominus del processo penale e fornirgli pene diverse da quella detentiva.

 

Quali sono altre storture del sistema penale che hai avuto modo di approfondire negli anni?

C’è l’imbarazzo della scelta. Di certo il modo, ormai automatico, con cui si sospende la pena lascia a dir poco perplessi. In un sistema dove al centro c’è la decisione del giudice di primo grado che può infliggere pene diverse da quella carceraria, non vedo perché un 18enne che fa una stupidaggine non venga sanzionato subito. Sospendere la pena, soprattutto per le fasce sociali particolarmente degradate, risulta deleterio.

 

Perché?

Immaginiamo che dai 18 ai 22 anni un ragazzo compia una serie di piccoli reati e che con l’ultimo reato si superi la soglia dei due anni di pena. Con la lentezza del processo penale accade spesso che quel ragazzo, che magari nel frattempo si è rifatto una vita, venga chiamato a scontare la pena dopo 10 anni. Le chiamo ‘le vittime della sospensione della pena’.

 

Qualche esempio?

Un ragazzo di Scampia viene condannato per spaccio con la pena sospesa. Poi, per rifarsi una vita, parte per Londra a fare il piazzaiolo e dopo anni apre un ristorante. Dopo dodici anni dopo torna in Italia per presentare la moglie inglese ai parenti e viene arrestato a Fiumicino per scontare quei vecchi reati. Questa si può chiamare giustizia?

 

Tornando ai penitenziari, quali sono le carceri italiane da cui i detenuti hanno più difficoltà a mandarti le loro lettere?

Difficile dirlo, anche perché nelle carceri oggi succede di tutto. Pensa che tempo fa in una prigione, che preferisco non rivelare, nella tromba dell’ascensore è stato trovato un sacco pieno di lettere destinate a Radio Carcere. Altre volte mi chiamano i parenti di un detenuto per chiedermi se ho ricevuto o meno le missive dal carcere. Io le lettere le conservo tutte, se non le ricevo suppongo sia successo qualcosa.

 

Alcuni casi particolari?

Le carceri dove il turnover è forsennato e dove i detenuti restano poco. Penso a San Vittore, a Regina Coeli, al carcere di Catania. Solitamente mi scrivono persone che si sono stabilizzate, loro malgrado, in una determinata struttura.

 

Quali sono i tabù e gli argomenti che con i detenuti non si riesce mai ad affrontare?

Sicuramente il sesso. E’ un tabù, non me ne parla praticamente nessuno, soprattutto tra gli uomini e francamente, per rispetto, non amo insistere sul tema.

 

In futuro l’opinione pubblica sarà più sensibile ai temi legati al carcere o continuerà a prevalere il giustizialismo e il menefreghismo?

Sono un po’ pessimista. Vedi, oggi se incappi nella giustizia sai cos’è e cosa non funziona, diversamente no. Facile dire ‘buttate la chiave’ se non si conosce come funziona il processo penale o come si vive nelle carceri!

 

Credi sia responsabilità dell’informazione?

Certo. ‘Conoscere per deliberare’ ripeteva Pannella. Se io cittadino non conosco, se non il mio convincimento non è formato, come faccio a decidere? La giustizia sarà anche l’ultimo dei problemi, ma è la valvola di sfogo di una democrazia. E quando questo sistema salta, salta l’intero assetto di una democrazia fondata sullo Stato di Diritto. Il che non è poco.

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Riccardo Arena

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