Banda della Magliana, soldi e carcere: la vita (mai raccontata) di Tommaso Marsella

La vita di Tommaso Marsella avrebbe potuto riempire una serie intera di Romanzo Criminale. Eppure la sua storia è sconosciuta, sebbene andasse a cena con Renatino De Pedis o giocasse a carte con le Brigate Rosse nel carcere di Trani. Poi la passione del calcio – “sono un Falcao mancato” – e quel talento spezzato da una carriera criminale e da un omicidio che lo hanno tenuto dietro le sbarre per oltre 30 anni. Il dono della recitazione l’ha portato a recitare fino al prestigioso Teatro Argentina di Roma, nonostante una vita di cattive compagnie e di affetti perduti.

Il ragazzo del Tufello che faceva la bella vita oggi ha quasi 70 anni, vive in alloggi di fortuna e sta facendo di tutto per restare fuori da certi giri.

A Prometeo Libero ha deciso di raccontare la sua vita, i suoi pensieri e uno spaccato sulla criminalità romana degli anni ‘70 e ‘80.

Una storia che nessuno ha mai raccontato prima.

Marsella def
Tommaso Marsella ritratto da Livio Patriarca per Prometeo Libero

 

Tommaso, chi ti conosce bene ti definisce il più grande preparatore atletico mai visto nelle carceri italiane. Adamo Dionisi ti chiama addirittura il ‘Bearzot dei penitenziari’.

Sarei stato una promessa del calcio se avessi continuato a giocare. Un centrocampista alla Falcao, per intenderci. Una passione che avevo fin da bambino e che ho continuato a coltivare sia in carcere che in libertà.

 

In quale contesto sociale sei cresciuto?

 Mio padre era fruttivendolo, mio fratello meccanico, non ce la passavamo male per niente.

 

Poi che è successo?

Poi negli anni ’60 sono iniziati i primi problemi, dai furtarelli per strada a un tentativo di furto in appartamento dove ci diedero una condanna sproporzionata.

 

Come ti ha cambiato questa esperienza?

Mi ha cambiato in negativo, sono diventato consapevole di quello che stavo facendo. Avevo la convinzione di essere una sorta di professionista del crimine.

 

Il successivo salto di qualità quando c’è stato?

A metà degli anni ’70, con l’arrivo della droga per il grande pubblico. Negli ambienti criminali girava voce che con la droga si guadagnava tanto e anche noi ci siamo messi nel giro. Pensa che siamo passati dalla spartizione a testa di 10-20mila lire a quella di 300mila lire per uno.

 

Sulla Banda della Magliana s’è detto e scritto molto, forse troppo. Tu che la banda l’hai vissuta in prima persona, quali innovazioni criminali hanno portato sulla scena romana?

I summit in cui si decideva chi doveva essere fatto fuori. Alcuni dei ragazzacci della Magliana si ispiravano a Giulio Cesare, altri ad Al Capone. Un po’ tutti avevano timore della gente troppo sveglia o che poteva creare problemi.

 

Riunione per stabilire chi uccidere?

Esatto, il motto era ‘uccidiamoli prima che lo facciano loro con noi’. Chi era troppo in gamba rappresentava un pericolo.

 

Con quali componenti della banda avevi un rapporto particolare?

Un po’ con tutti, soprattutto con Edoardo Toscano. Toscano caratterialmente era fumantino e violento ma eravamo amici d’infanzia. Pensa che il soprannome ‘operaietto’ glie l’ho dato io.

 

Cosa ti attraeva di quel mondo e di quella vita?

I soldi. Non agivo per emulazione, non mi sono mai ispirato a nessuno. Ero un factotum, facevo i soldi ma sempre con la consapevolezza di poter tornare dentro da un momento all’altro.

 

La tua detenzione più lunga è durata 22 anni consecutivi. Quale reato hai commesso per una condanna del genere?

Una scena da Rugantino, una rissa da osteria. Era il 1994, stavo al Tufello e mi sono trovato a litigare con un personaggio particolarmente aggressivo. Al culmine della lite gli ho dato una coltellata alla gola e l’ho ammazzato. Sono uscito nel 2016, se sommiamo anche le detenzioni precedenti supero i 30 anni di galera.

 

Sei un criminale particolare, hai fatto l’attore teatrale e scrivi poesie e sceneggiature. Dove nasce questa passione?

Ho fatto tanto teatro, con la compagnia teatrale di cui facevo parte siamo riusciti ad arrivare a recitare al Teatro Argentina e al Quirino di Roma, una grande emozione. I monologhi mi riuscivano particolarmente bene.

 

Quali detenuti famosi hai incontrato negli anni?

Molti, mi piace ricordare i brigatisti reclusi al carcere di Trani con cui giocavamo a carte. La cosa divertente era vedere questi terroristi, gente coltissima, fare giochi di carte da bisca.

 

Quando sei uscito hai avuto il supporto dei tuoi cari?

No, i parenti che mi sono rimasti non sanno nemmeno dove mi trovo adesso, nonostante li abbia aiutati a suo tempo.

 

E lo Stato ha accompagnato la tua uscita dal carcere per facilitare il reinserimento sociale?

Assolutamente no. Una giungla di istituzioni fantasma, burocrazia e menefreghismo. Io non voglio rientrare in certi giri ma adesso vivo nella miseria con il rischio di dormire per strada.

 

Vuoi dire che la mancanza di percorsi di reinserimento è un incentivo alla ripresa dell’attività criminale? 

Voglio dire che adesso sto bene, ma se dovessi tornare per strada la rigiro a te la domanda: meglio chiedere l’elemosina e morire di fame o tornare in carcere? Per fortuna ho incontrato un amico, Angelo, che mi ha dato una mano nei momenti più difficili.

 

Cosa diresti ai ragazzi che celebrano i protagonisti di Romanzo Criminale e li trattano come miti?

Non fate come i film americani, non seguite i cattivi esempi perché non ne vale davvero la pena. Tornassi indietro resterei al banco della frutta di mio padre.

 

Come vedi il tuo futuro?

Ah nun lo so davero! (ride) Mi piacerebbe fare un lavoro di testimonianza per raccontare la mia storia, sfatare i falsi miti e magari evitare che qualcun altro scelga la strada sbagliata e finisca in carcere.

 

(per la realizzazione dell’intervista si ringrazia Riccardo Di Stefano, Giampiero Cassarà e Angelo)

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