“Vi racconto la Mala del Brenta e le bugie di Felice Maniero”: intervista a Giampaolo Manca

Al ‘Doge’ della Mala del Brenta non è andata giù l’intervista rilasciata a Roberto Saviano da Felice Maniero. Giampaolo Manca ha 64 anni, più di 30 trascorsi in carcere e altri passati tra scorribande e rapine nel Nord Est degli anni ’70 e ‘80.

Con Felice Maniero – comunemente conosciuto come il capo del gruppo criminale veneto, ora collaboratore di giustizia – un tempo condivideva i grandi furti alla nobiltà veneziana, tra oro, opere d’arte e tanti sghei. Oggi i due sono divisi da una storia umana e giudiziaria agli antipodi, dove non diverge solo il racconto di quegli anni, ma anche il modo con cui hanno dato un senso alla propria vita dopo l’attività criminale. Giampaolo Manca ora è in affidamento in prova, è impegnato nel sociale e sta vivendo una nuova vita grazie alla fede e al pentimento verso anni difficili. Anni in cui girava tanto denaro e tanto piombo.

Ha deciso di replicare a Roberto Saviano e a Felice Maniero dalle pagine di Prometeo Libero.

 

Voi della Mala del Brenta siete cresciuti nel Veneto poverissimo degli anni ’50. Il suo esordio con il crimine è scaturito da una condizione sociale difficile o dall’attrazione nei confronti del mondo criminale?

A Venezia avevamo due alberghi ed eravamo una famiglia agiata. Mio padre era un finanziere, una persona severa e manesca. La violenza che abbiamo ricevuto da lui è stata la miccia che mi ha spinto ad abbracciare l’attività criminale.

 

Una questione sociale al contrario..

Esatto, avendo subito tutto questo dai ricchi avevo iniziato a odiarli. Una ribellione che mi fatto iniziare a vivere con i poveri, ad abbracciare le ideologie di sinistra e a portare avanti le battaglie per le case popolari a Marghera.

 

Gli altri esponenti della Mala del Brenta erano politicizzati?

A loro di politica non fregava nulla, eravamo uniti dalla comune avversione nei confronti della ricchezza e dal desiderio di prendercela. Pensi che molto spesso con la refurtiva abbiamo anche aiutato famiglie e persone in difficoltà, non volevamo solo arricchirci noi ma anche aiutare chi stava in povertà.

 

Dei Robin Hood veneti

È la verità, ha detto bene.

 

Non è che aiutavate le fasce deboli della popolazione per ricevere un consenso nei confronti delle vostre azioni criminali?

Assolutamente no, non lo facevamo per essere protetti, era una cosa che facevamo con il cuore.

 

Quali erano le mansioni criminali che le riuscivano meglio nell’ambito della vostra organizzazione?

Ho iniziato da bambino e l’esperienza l’ho fatta sul campo. Ero uno dei più vecchi, uno dei più ascoltati e sapevo fare un po’ di tutto. Non avendo mai tradito ero considerato una garanzia.

 

La Mala del Brenta era un semplice gruppo di ragazzi dediti ad attività criminali o una vera e propria mafia?

Eravamo una grande banda di rapinatori, niente a che fare con la mafia. Il nostro mestiere erano le rapine in grande stile, nelle casa della nobiltà veneziana, nelle banche, dai grandi industriali.

 

Perché allora negli anni siete stati definiti una mafia? Per l’abitudine che abbiamo in Italia nel ricondurre molte associazioni criminali a fenomeni mafiosi?

La mia teoria è che l’abbinamento Mala del Brenta-Mafia è nato anche per consentire a Maniero di usufruire del programma speciale di protezione. Se non avesse avuto certe garanzie dubito avrebbe confessato i reati. Ha avuto più volte il coraggio di dire che ha ricevuto condanne eccessive. Roba da matti.

 

Che idea si è fatto del rapporto di collaborazione tra Felice Maniero e la giustizia?

Si sarà detto: li faccio arrestare tutti, restituisco una parte dei soldi che avrei dovuto ridare indietro e il resto me lo tengo io. Le voglio dire un’altra cosa a proposito dei pentiti..

 

Prego

Quando stavo al carcere di Opera ho conosciuto ragazzi accusati per la strage di Via D’Amelio sulla base della confidenza di pentiti. Risultato? Dopo tanti anni sono risultati innocenti.

 

Negli anni in cui è stato in prigione le sono arrivate voci o confidenze su Scarantino? 

Sono stato in galera con i palermitani, convinti anche loro che un personaggio del genere non potesse sapere certe cose. Quando vieni tirato in ballo da alcuni pentiti poi finisci in un pentolone da dove è davvero difficile uscirne, anche quando sei innocente.

 

Felice Maniero era davvero il capo della Mala del Brenta?

Nell’organizzazione non c’era nessuna gerarchia ed eravamo tutti ribelli, figuriamoci se ci saremmo fatti comandare da qualcuno. Non eravamo in meridione, da noi funzionava diversamente. Felice Maniero si è dato da solo la patente di capo con l’aiuto del racconto giornalistico. Le dirò di più, se mi fossi pentito sarei stato considerato io il capo della Mala del Brenta.

 

Felice Maniero è collaboratore di giustizia da anni ed è interessante capire il perché un uomo che potrebbe essere più interessato all’oblio che alla visibilità – tanto da non farsi riprendere in volto – abbia deciso di raccontarsi in un’intervista così lunga.  Lei ha letto tra le righe qualche movente che noi non siamo riusciti a cogliere?

Bella domanda, non saprei dire con certezza quale fosse la sua intenzione. Conoscendolo bene posso dire che la ragione potrebbe risiedere nel suo ego smisurato. Io vado per le scuole a spiegare che la nostra vita faceva schifo e che non bisogna fare del male alla gente. Lui preferisce andare in tv in pompa magna. Ecco una delle grandi differenze tra me e lui.

 

Ora che alcuni suoi accusati sono usciti potrebbe temere per la sua incolumità?

No, Felice non ha paura di niente e di nessuno.

 

Al termine dell’intervista pubblicata su Repubblica, Saviano dice: “Ecco, il dolore: tra tutte le domande che gli ho posto in questa lunga intervista, quella sul dolore è l’unica su cui l’ho sentito vacillare”. Maniero è pentito di quello che ha fatto?

No, nella maniera più assoluta. Chiedere scusa alla famiglia di Cristina Pavesi (studentessa ventenne uccisa nel 1990 dalla Mala del Brenta durante la rapina sul Milano-Venezia ndr) solo ora e in tv? Ma che modo è? Io non ero presente in quella rapina ma mi sentivo moralmente responsabile per la morte di Cristina e ho cercato di mettermi in contatto con la zia, la signora Michela. Deve espiare moralmente come ho fatto io, la mia vera condanna non è stata rappresentata da tutto il carcere che ho fatto ma dal rimorso. Lo chiamo l’ergastolo del rimorso, dura tutta la vita.

 

Il libro che ha scritto si chiama “All’inferno e ritorno”. Ha trascorso 36 anni della tua vita privato della libertà. La reclusione come ha inciso sul suo modo di vedere il mondo e la vita?

Le dirò, il carcere l’ho conosciuto da piccolo ed è una realtà che non solo non ti redime ma ti rende una bestia. Non è la prigione in sé che mi ha cambiato ma un percorso interiore che mi ha portato ad abbracciare la fede.

 

Se lei non avesse sbagliato o fatto del male avrebbe avuto l’occasione della fede?

Quando ero disperato mi sono affidato a Dio. Quando mio padre e mio fratello si sono ammalati ho pregato tanto e sono riusciti a sconfiggere i loro brutti mali.

 

A Rimini ha fatto parte di una comunità in cui spiegava ai nuovi arrivati l’importanza di non commettere i suoi stessi errori. Nel futuro ci sono altri progetti di impegno sociale e di testimonianza?

Con una mia carissima amica, la volontaria Anna Buono, abbiamo in progetto l’apertura di una struttura in grado di accogliere ragazze madri e che dia assistenza ai bambini autistici. Ancora è tutto in fase organizzativa ma è la mia ragion di vita e si farà sicuramente.”

 

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Giampaolo Manca, oggi, insieme alla sua famiglia

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