Un giorno nel carcere di Rebibbia

Prometeo Libero, assieme alla Garante dei diritti dei detenuti del comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, ha fatto visita al carcere romano di Rebibbia. Abbiamo provato a raccontare una “normale” giornata di carcere, le nostre impressioni e suggestioni.

Stramaccioni

La Garante Gabriella Stramaccioni ritratta da Livio Patriarca

La giornata è fredda e piovosa e il complesso penitenziario di Rebibbia sembra più triste del solito: un insieme di edifici grigi e spogli, animati solo dal viavai incessante degli agenti di polizia penitenziaria e dei parenti dei detenuti. L’accesso all’interno della Casa circondariale maschile è difficoltoso, ingessato da procedure di sicurezza inevitabili e dalla comprensibile diffidenza degli agenti di Polizia penitenziaria. “Rebibbia è un mondo a parte, ha ritmi tutti suoi e anche per me è difficile entrare senza problemi”, ci confessa la Garante. Camminando per i lunghi corridoi su cui si affacciano le celle si possono incontrare agenti e lavoranti, cioè detenuti adibiti alla pulizia degli spazi del carcere. Tutti salutano. Chiunque si incroci per quei corridoi ti saluta. Una ritualità fugace, un piccolo cenno, un “buongiorno”, a cui all’esterno non si è abituati. Un modo per mantenere quell’umanità che il carcere tende subito a farti dimenticare.

La visita si incentra sulla sezione G8 del carcere. “È una delle sezioni più attive. Qui i detenuti partecipano ai corsi formativi, studiano e lavorano”. E le altre sezioni? “Dipende. L’attività in alcune sezioni è limitata per motivi di sicurezza. Però, nonostante le difficoltà, si vedono segnali incoraggianti. Nella sezione di alta sicurezza, che ospita i detenuti più pericolosi, 80 su 120 sono iscritti all’università, quasi tutti a giurisprudenza”. Perché? “Vogliono capire quali sono i loro diritti e le condizioni di detenzione previste dalla legge”.

Il Garante può accedere a tutte le sezioni del carcere? “A tutte tranne il 41 bis. Non c’è Garante per chi è condannato al carcere duro”.

In una delle stanze della sezione G8 c’è la prima lezione di un corso per formare giardinieri, avviato nell’ambito di una convenzione tra amministrazione penitenziaria e Comune di Roma per la cura del verde. Nella stanza sono presenti una ventina di detenuti e il corso è tenuto da due ex giardinieri alle dipendenze del Comune. Per l’occasione si sono trasformati in docenti, il loro racconto è brillante e l’auditorio è attento, coinvolto. Nella sala ci sono reclusi di ogni età, i più partecipi si sono messi alle prime file, i meno interessati nei posti in fondo. Tra i più attivi c’è Aurelio (nome di fantasia), cinquantenne, romanissimo, di professione tombarolo. Uno che i parchi della Capitale li conosce bene, soprattutto quelli archeologici e pieni di reperti storici.

Viene fatta una piccola introduzione. “Questo corso non serve solo ad occupare il vostro tempo durante la detenzione, ma vi dà gli strumenti per una prospettiva oltre il carcere. Roma è la città con più verde d’Europa, Roma è un grande ecosistema di cui bisogna avere cura”. I detenuti vengono sensibilizzati sulla cura delle piante con lo scopo di acquisire una sensibilità sociale.

Al momento della pausa scattano in piedi e vanno a fumarsi una sigaretta in corridoio. Sono molto curiosi nei riguardi dei visitatori esterni. Li guardano con interesse e un po’ di diffidenza. Si percepisce una distanza netta tra chi è ristretto e la persona libera.

Nell’aula in cui si tiene la lezione salta subito all’occhio una fotografia di Marco Pannella appesa alla parete. “Ce ne sono tantissime qui a Rebibbia. Pannella è un’icona per i detenuti. Alcuni esponenti dei Radicali ogni tanto visitano il carcere, proprio come faceva lui”, dice la Garante. Sempre sul muro è ben visibile un monito: “Cultura è conoscenza. Conoscenza è libertà”.

Continuando la visita arriviamo in una piccola biblioteca, dove la Garante scambia qualche parola con una detenuta transessuale. “La loro situazione è molto difficile, sono isolate dal resto degli altri detenuti. Hanno addirittura un cortile a parte, abbellito con dei murales fatti da loro stesse. Ora la situazione è migliorata, non sono costrette a stare tutto il tempo nelle celle. Possono prendere un po’ d’aria in più. Sto anche organizzando un corso di ufficio stampa con un professore universitario, solo per loro”.

La visita prosegue nei corridoi delle sezioni che portano alle uscite. In alcuni angoli si intravedono detenuti che parlano tra loro. Alcuni non sono ristretti nelle celle ma hanno la possibilità di muoversi all’interno della sezione. È la cosiddetta sorveglianza dinamica: reclusi nel carcere, sì, ma senza dover trascorrere forzatamente tutta la giornata all’interno delle celle. Una misura innovativa che purtroppo trova ancora molte difficoltà di applicazione nelle prigioni italiane. Un po’ per deficit strutturali, un po’ per le resistenze della Polizia Penitenziaria.

Quella del Garante è una figura speciale all’interno del carcere. Il saluto nei suoi confronti è affettuoso e carico di aspettative. “Il mio ruolo è molto oneroso dal punto di vista psicologico”, ammette Gabriella Stramaccioni, “ogni detenuto ha le sue problematiche e devo confrontarmi anche con i problemi dei familiari. Devo mediare costantemente tra detenuti, amministrazione penitenziaria e Comune. Non è facile. Però occupandomi dei detenuti sto a contatto con la realtà, e questa è la cosa che conta”.

 

 

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