Contro la violenza delle forze dell’ordine. Intervista a Fabio Anselmo

Fabio Anselmo non è un avvocato comune, perché non è comune la sua professione. Da quasi 15 anni si occupa di far valere i diritti di chi ha subìto un abuso delle forze dell’ordine. Abusi che hanno interrotto vite. Ci vuole poco per capire quanto il suo ruolo sia importante per la tenuta dello Stato di diritto. È l’avvocato che ha assistito la famiglia di Federico Aldrovandi e di Stefano Cucchi, in vicende giudiziarie travagliate, difficili, che hanno diviso l’opinione pubblica. Ha assistito anche i familiari di Riccardo Rasman, Giuseppe Uva, Michele Ferulli, Dino Budroni, Aldo Bianzino, Riccardo Magherini, Davide Bifolco. Vicende forse meno note, accomunate da morti violente, drammi personali e dalla voglia di verità delle famiglie.

Con Prometeo Libero ha parlato a 360 gradi del suo lavoro, del “meccanismo di solidarietà” delle forze dell’ordine, ci ha spiegato cosa c’è dietro i grandi casi mediatici. L’obiettivo è uno solo: l’effettività della giustizia penale. Come si raggiunge? Rendendo partecipe l’opinione pubblica, parlando, denunciando, perché “il silenzio è il miglior amico dell’insabbiamento”.

Fabio Anselmo

Ritratto di Fabio Anselmo realizzato da Livio Patriarca per Prometeo Libero

 

Dai casi Cucchi e Aldrovandi emerge la grande difficoltà delle forze dell’ordine di isolare gli elementi più negativi e violenti al loro interno. Perché?

È un problema di carattere culturale. In casi come quelli che hai citato, la logica corporativa vorrebbe l’isolamento e l’espulsione di questi elementi. Però non accade, e anzi si creano meccanismi di solidarietà tra colleghi che, nella migliore delle ipotesi, comportano la presa di distanza dai familiari delle vittime. Questo atteggiamento lascia perplessi e amareggiati. Tutti, a maggior ragione se si rappresenta un’istituzione, se sbagliano devono pagare.

 

Ilaria Cucchi, dopo la clamorosa svolta del processo Cucchi, ha denunciato di aver ricevuto su Facebook insulti e minacce, spesso da profili riconducibili a Polizia e Carabinieri. Anche questo fa parte dei “meccanismi di solidarietà” di cui parla?

No, in questi casi si va oltre. Sono comportamenti che feriscono me e Ilaria, e minano la fiducia nelle istituzioni.

 

Sono comportamenti isolati o sistematici?

I meccanismi di solidarietà sono sistematici, entrano in azione per ogni accusa di violenza alle forze dell’ordine. Basti pensare che la solidarietà è stata ripetutamente espressa dai sindacati di Polizia (ndr nel caso Cucchi, in particolare Sap, Sappe e Coisp). Invece gli insulti e le minacce non sono sistematici, a meno che non siano pronunciati da responsabili sindacali. Più di un esponente dei sindacati di Polizia ha processi in corso per questo motivo (ndr Tonelli, Capece e Maccari).

 

La bandiera dei tifosi spallini con il volto di Federico Aldrovandi non può entrare allo stadio Olimpico per ordine della Questura. Esigenze di pubblica sicurezza o vendetta?

Purtroppo non sto nella testa del questore di Roma. In alcuni stadi la bandiera può entrare, in altri no. Ho la sensazione che caso Aldrovandi rappresenti una ferita aperta per molti dirigenti della Polizia di Stato. Però non si può reagire così, non si cancella l’imbarazzo vietando la presenza di una bandiera allo stadio. Il volto di Federico non sarà mai simbolo politico o causa di violenza. È il volto di un ragazzo morto troppo presto, non l’apologia di un assassino o di un mafioso.

 

Il recente caso giudiziario di Riccardo Magherini è molto simile al caso Aldrovandi: una morte causata dalle modalità molto dure di fermo di polizia. I poliziotti accusati di omicidio colposo sono stati scagionati dalla Cassazione. Come interpreta la sentenza?

Francamente non riesco ad interpretarla. È sorprendente, ci ha lasciati di stucco. Si pensi solo al fatto che questa sentenza non era stata nemmeno richiesta e immaginata dai difensori degli imputati. Sono rimasti sorpresi anche loro. Avevano chiesto l’annullamento della sentenza della Corte d’Appello con rinvio, hanno ottenuto l’annullamento senza rinvio. Sembra quasi una sentenza di merito…

 

Sta dicendo che la Cassazione è andata oltre le proprie competenze?

Con sentenze di questo tipo è difficile stabilire il confine tra merito e legittimità, ma i giudici hanno stabilito che il fatto commesso non costituisce reato. La cosa strana è che la decisione si basa principalmente sul video del fermo di polizia che ha subìto Magherini, in cui lui viene preso a calci e grida aiuto, con 14 testimoni che hanno assistito alla scena. Mi chiedo come si faccia a dire che il fatto non costituisce reato. In ogni caso attendiamo le motivazioni.

 

La vicenda Magherini finisce qui?

No, sicuramente faremo ricorso alla Corte europea dei diritti umani per dimostrare che la vita di Riccardo Magherini andava tutelata, e così non è stato.

 

Nel suo libro “Federico” lascia intendere che una delle abilità che deve avere un avvocato specializzato in abusi delle forze dell’ordine è quella di catalizzare l’attenzione dei giornali sul caso. È sempre vantaggioso rendere il caso mediatico o può essere un’arma a doppio taglio?

L’attenzione dell’opinione pubblica è importante, serve per garantire che non ci siano irregolarità o abusi nella tutela giudiziaria delle vittime dei reati. Diventa addirittura fondamentale quando si parla di abusi delle forze dell’ordine, di chi rappresenta lo Stato. Il rovescio della medaglia è che fare processi mediatici ha un costo altissimo per le famiglie delle vittime. Devono sopportare continuamente gli haters che gettano fango su di loro e sono costrette a ripercorrere le vicende dolorose che hanno condotto alla tragedia. Questo è successo con Lino e Patrizia (ndr genitori di Aldrovandi) e sta succedendo ancora oggi con Ilaria.

 

Il grande risalto mediatico della vicenda Cucchi, accentuato dal successo del film “Sulla mia pelle”, può invertire la tendenza all’insabbiamento delle forze dell’ordine?

Il merito del film è quello di non aver regalato nulla a Stefano e alla sua famiglia, anzi è stato fin troppo duro nei loro confronti. Però la chiave del suo successo è stata proprio l’obiettività, la capacità di far capire alla gente la grande umanità di Stefano. Un ragazzo che ha sicuramente sbagliato, ma a cui sono stati negati tutti i diritti e che non meritava quella fine. Le reazioni delle persone che hanno visto il film sono state commoventi, la famiglia Cucchi ha ricevuto moltissime lettere di scuse per aver liquidato la morte di Stefano come la morte di un tossico.

 

Quindi c’è ragione di essere ottimisti, qualcosa può cambiare nei “meccanismi di solidarietà” delle forze dell’ordine?

Bella domanda. Purtroppo l’attuale contesto politico e sociale non rende ottimisti. Servirebbe una diversa sensibilità sul tema dei diritti umani, ma è da tempo che la risposta dello Stato alle difficoltà degli ultimi e degli emarginati è la carcerazione. Da ultimo il Decreto Sicurezza, che stabilisce la privazione della libertà personale, di fatto un’incarcerazione, per il migrante richiedente asilo, in attesa di essere identificato. La deriva legislativa di questo Paese lascia perplessi, però c’è anche tanta gente che ci dice di resistere, ci incoraggia.

 

Il principale artefice di quella che lei definisce “deriva legislativa” sembra essere Salvini…

Premetto che la deriva legislativa è cominciata prima di Salvini, quindi non attribuiamogli più “meriti” di quanti ne abbia. Lui sicuramente ha una certa responsabilità per l’attuale stato delle cose, e temo che continuerà ad averla. Ma ha detto anche cose giuste. Ad esempio ha annunciato che se dal processo Cucchi emergerà la colpevolezza di alcuni Carabinieri, pagheranno il doppio. Una presa di posizione forte. Il problema non è lui, ma l’idea che gli sta dietro, e cioè una concezione cinica e generalizzata dei rapporti umani.

 

In un passaggio del film Alessandro Borghi, che interpreta Stefano Cucchi, a proposito di Dio dice di non essere credente, bensì “sperante”. È più realistico credere o sperare in un operato meno violento delle forze dell’ordine?

La questione centrale è un’altra. Bisogna chiedersi se credere o sperare in una giustizia che sia uguale per tutti. La legge è uguale per tutti, e tutti sono uguali di fronte alla legge. Questa è l’essenza del principio di legalità. Se partiamo da questo risolviamo anche il problema della violenza. La violenza è frutto di deresponsabilizzazione, di impunità. E non è un problema solo delle forze dell’ordine. È un principio fondamentale, crederci e sperarci è un obbligo morale, anche se sembra sempre più difficile.

 

Quindi è necessario riformare il processo penale?

Il nostro processo penale è bellissimo per chi se lo può permettere, ma diventa un tritacarne per chi non ha adeguati mezzi economici. Una sorta di Dottor Jekyll e Mister Hyde. La prova vivente ne è Stefano Cucchi. Dopo il pestaggio viene portato di fronte al giudice e nessuno dice di essersi accorto delle sue condizioni. Solo la segretaria dell’udienza ha dichiarato di aver notato lo stato di Stefano, ma di aver sorvolato perché era normale che gli arrestati di notte si presentassero in quel modo davanti al giudice. Il processo è stato tritacarne con Stefano, lo ha privato di ogni diritto semplicemente perché non si poteva difendere. Così non può funzionare.

 

Per rimanere aggiornato sulle nostre interviste, seguici anche su FACEBOOK: http://www.facebook.com/prometeolibero1

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close