Suburra tra realtà e finzione. Intervista ad Alessandro Bernardini

Alessandro Bernardini è un attore di cinema e teatro, con un percorso artistico niente affatto convenzionale. Ha conosciuto il mondo della recitazione nel carcere di Rebibbia con la compagnia teatrale Fort Apache, nata grazie all’intraprendenza di Valentina Esposito. L’incontro con Fort Apache gli ha permesso di esordire a teatro con Tempo binario e al cinema con Le ombre della sera. Da quel momento la sua vita è cambiata. Ha fatto la parte del Brutto in Non essere cattivo di Claudio Caligari, e ha recitato in Suburra come braccio destro di Samurai, il Carminati della fiction, sia nel film che nella serie tv. Tutti ruoli legati alla criminalità romana, quasi evocativi di un passato vicino e lontano allo stesso tempo. In questi giorni è in scena con lo spettacolo teatrale Famiglia, assieme a Marcello Fonte.

 

Con Prometeo Libero ha parlato del carcere, la sua “suburra” personale, e del teatro, la sua rinascita ad una nuova vita. Una rinascita resa possibile solo da un’alternativa reale, concreta, al binomio crimine-carcere. Ora Alessandro vuole continuare a lavorare a stretto contatto con quel mondo di detenuti ed ex detenuti da cui è ripartito, perché, parole sue, “non me vojo sentì arrivato”. “Lo scopo non è mai stato quello di fare soldi o successo, ma di completare un percorso di reinserimento sociale che dia emozioni e una consapevolezza del tutto nuova”. Senza però rinunciare a fare il “cattivo” sul grande schermo.

L’intervista è uscita anche sulla rivista Scomodo.

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Alessandro Bernardini ritratto da Livio Patriarca per Prometeo Libero 

 

Alessandro, sei un attore sia di cinema che di teatro…

Così dicono (ride, ndr).

 

Ti trovi più a tuo agio nel fare cinema o teatro?

Sono due modi di fare spettacolo molto diversi. Per me il teatro è “caldo” perché c’è il contatto diretto con il pubblico, il cinema invece è “freddo”. Sinceramente preferisco il primo, perché permette uno scambio bellissimo di emozioni e sensazioni con il pubblico. Ti dà un’adrenalina fisica, tangibile. Il cinema ti permette anche di sbagliare, ma richiede molto sacrificio per ottenere buoni risultati.

 

Il sacrificio ti ha permesso di lavorare con un maestro del cinema come Claudio Caligari, regista di Non essere cattivo. Come vi siete incontrati?

Considera che io sono stato l’ultimo attore scelto per il cast di Non essere cattivo, è stata una sorpresa. C’era un problema legato alla mia età, dato che il resto dei componenti della banda avevano 10-15 anni in meno di me, e non doveva essere così. Quando ho incontrato Caligari mi ha fatto fare un provino improvvisato e ha detto “voglio lui, non me ne frega niente della differenza d’età”. Era un uomo che andava dritto per la sua strada e aveva un’idea chiara di cinema, gli incassi e il botteghino non gli interessavano.

 

Quindi gli sei piaciuto fin da subito. Cosa pensi che lo abbia conquistato di te?

La naturalezza nell’interpretazione dei personaggi e ovviamente la mia faccia! È curioso, mai avrei pensato di poter recitare con spontaneità davanti ad una telecamera. Questa cosa me la fece notare Valerio Mastandrea, che mi disse “per te la telecamera non esiste”, come dovrebbe essere per gli attori di cinema e teatro.

 

Com’era il tuo rapporto con Caligari?

Purtroppo non ho avuto la fortuna di approfondirlo, perché quando sono entrato nel cast lui era agli inizi della malattia. Durante le riprese la malattia ha progredito, e ci ha lasciati nella fase di montaggio. Claudio riusciva a creare un rapporto umano senza la necessità di gesti o parole, ma implicitamente. Siamo riusciti subito a trovare un feeling senza lunghe chiacchierate, pranzi e cene insieme. Riuscivamo a capirci subito, nonostante avesse problemi alla gola che lo costringevano a parlare male e sottovoce.

 

La tua preparazione artistica ha un’origine particolare perché hai cominciato a fare teatro in carcere, con la compagnia Fort Apache. Come si coniuga il teatro con la privazione della propria libertà?

Il carcere e il teatro mi hanno insegnato che le cose nella vita possono cambiare in un attimo, anche un periodo brutto come quello carcerario può spingere verso un nuovo inizio, per me in senso artistico. Il teatro prima e il cinema poi mi hanno tirato fuori la rabbia, l’orgoglio e un sentimento di rivalsa. Mi hanno donato la resilienza, la forza di trasformare una situazione negativa in positiva. Il teatro rende la mente più elastica e permette di conoscere persone, autori e testi letterari di grande spessore culturale. È tutto bello, spero duri il più possibile.

 

Ti sei mai chiesto come sarebbe stata la tua vita senza il teatro?

Avrebbe potuto succedermi di tutto. A volte me lo sono chiesto, ma preferisco non pensarci. Provo ad essere pragmatico, è inutile pensare a qualcosa che non è successo. Mi concentro su quella che è la mia vita.

 

Come valuti l’esperienza carceraria in sé?

Il carcere in nessun modo riabilita la persona, se non attraverso iniziative come quella teatrale. Il più grande problema del detenuto sta nell’assenza di una prospettiva una volta uscito. Quando esci devi ricominciare da zero, o sotto zero. Quindi si rischia di ricadere negli stessi errori di prima, o peggio.

È il sistema carcerario italiano ad essere sbagliato, espone il detenuto a circostanze ambientali disumane e degradanti, come è stato riconosciuto anche a livello europeo.

 

Chi sta fuori come fa a rendersi conto delle condizioni dei detenuti?

Farei provare a tutti una settimana di carcere. Non a scopo punitivo, ma per rendere più consapevoli le persone, e permettere loro di giudicare con cognizione di causa. Tutte le cose per essere capite devono essere provate.

 

L’attuale Governo pensa che i problemi delle carceri italiane, in primis il sovraffollamento, si risolvano con la costruzione di nuovi istituti di pena. Inviteresti anche loro a provare una settimana di detenzione?

Per loro penserei più a 5-6 mesi di carcere (ride, ndr)! Il problema della politica è che pensa di gestire una situazione che non conosce. Il mondo carcerario viaggia su un binario parallelo a quello della vita normale. È un mondo in cui succede di tutto e di cui non si sa niente. Il problema non si risolve costruendo nuove carceri, ma rendendo il carcere uno strumento di reinserimento sociale, come previsto dalla nostra Costituzione.

 

Quali sono i diritti del detenuto più calpestati?

Sicuramente quelli legati all’affettività e alla sanità. Il carcere non colpisce solo il detenuto, ma anche familiari e persone vicine che non hanno avuto alcuna colpa. È ingiusto. Poi l’assistenza sanitaria è quasi nulla. Una volta un dottore mi ha detto che avrei dovuto ringraziare Dio se fossi uscito dal carcere senza alcuna patologia. È incredibile. E comunque gli ho risposto che se devo ringraziare qualcuno, preferisco la Madonna. La sento più vicina.

 

In “Famiglia”, il tuo ultimo spettacolo teatrale, fai la parte del figlio arrabbiato, che odia suo padre e la sua famiglia. Per chi ha avuto certe esperienze di vita, anche in carcere, è più facile esprimere questa rabbia?

La mia parte è quella di un figlio che emigra in America anche per delle incomprensioni e dei rancori avuti con il padre. Quindi la rabbia fa sicuramente parte del personaggio. Per calarmi nella parte ho ricordato tutti i piccoli dissidi avuti con mio padre, amplificandoli il più possibile. Poi bisogna anche dire che la rabbia ce l’ho di mio, per cui è stato più facile tirarla fuori.

 

È da poco uscita la seconda stagione di Suburra, di cui fai parte. Ti piace fare il braccio destro di Samurai?

Suburra è una bellissima serie, bella come tutte le cose che riguardano Roma. Anche il mio ruolo mi piace, tranne per il fatto che sono costretto sempre a farmi la barba! È inevitabile data la vicinanza politica di estrema destra, è una parte un po’ militaresca. Insomma faccio il duro, il solito criminale (ride, ndr).

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