“Vi racconto mio padre, Giulio Andreotti”

Cento anni fa nasceva una delle figure più importanti e discusse dell’Italia Repubblicana, Giulio Andreotti. I processi, la politica estera, le passioni, le cattive amicizie, il M5S, l’avvocato storico di Andreotti che oggi sta con Salvini e Di Maio. Il tutto discusso insieme a Stefano Andreotti, figlio di Giulio, che ha voluto raccontare a Prometeo Libero gli aspetti meno conosciuti e interessanti del padre.

Intervista disponibile anche in formato video sul canale Youtube di Prometeo Libero. Un ringraziamento speciale a Elia Buonora per le riprese, il video e la collaborazione tecnica.

 

Che padre è stato Giulio Andreotti?

Sul fronte della quantità, un padre spesso assente a causa dei suoi impegni politici. Solitamente era impegnato dal lunedì mattina alla domenica mattina, giusto la domenica pomeriggio la dedicava alla famiglia. In estate si riusciva a trovare una settimana al massimo per stare tutti assieme. Su quello della qualità, è stato un padre molto attento. Ci ha sempre dato la massima fiducia, senza imporre la propria volontà. Il compito del genitore severo spettava a nostra madre.

 

Il pubblico lo ha conosciuto come una persona fredda, istituzionale e sarcastica. Quali erano i tratti nascosti del suo carattere?

Non era una persone fredda. L’ironia la usava anche in famiglia ma era anche molto affettuoso. Ecco, non nei gesti, di carezze e baci non me ricordo molti.

 

In privato Giulio Andreotti ha mostrato l’angoscia per le inchieste in corso?

Certamente, quello è stato un momento molto duro per lui. Erano gli inizi degli anni ’90. Nelle prime fasi ha fatto addirittura ricorso a medicinali, non usciva più volentieri da casa e ha subito diverse operazioni per problemi fisici sopraggiunti in quel momento. Poi, per fortuna, si è ripreso, soprattutto grazie alla coscienza a posto, alla fede e alla vicinanza della famiglia.

 

Come ha vissuto la famosa sentenza del 2003 della Corte d’Appello di Palermo che ha parlato di un’ “autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato (Giulio Andreotti ndr) verso i mafiosi fino alla primavera del 1980”? 

Quella sentenza è venuta pochissimo tempo la sentenza di Perugia, dove mio padre era stato condannato a 24 anni come mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli. Uno dei momenti peggiori nelle vicissitudini giudiziarie di mio padre. Quando c’è stata la sentenza a cui lei fa riferimento, era davvero stanco e sperava che quei procedimenti si chiudessero al più presto. In questa sentenza sono citati anche fatti che raramente vengono tirati fuori quando si tratta la questione. Si sottolinea la grande attività di mio padre dagli anni ’80 in poi contro la mafia, ovvero un decreto d’urgenza per tenere in prigione 40/50 mafiosi per i quali decorrevano i tempi per la carcerazione preventiva. Un decreto osteggiato sia dal presidente Cossiga, che lo riteneva incostituzionale, sia dal PCI. Mio padre fece molto per la legge sui pentiti e tante leggi contro il narcotraffico.

 

A Prometeo Libero, l’avvocato di Massimo Carminati Giosuè Naso ha commentato così la sentenza d’appello nel processo per l’omicidio Pecorelli che ha condannato a 24 anni suo padre, poi prosciolto in Cassazione: “una sentenza vergognosa, basata sul nulla, con chiare sfumature politiche. Un’operazione studiata a tavolino per impedire la sua elezione alla presidenza della Repubblica”. Come commenta questa uscita?

Legherei questa posizione non alla sentenza in sé, ma all’inizio della vicenda giudiziaria. In quel momento mio padre era a posto con la coscienza ed era anche convinto che ci fosse qualcuno che avesse ‘spinto’ il momento storico degli anni ’90 contro di lui. Anche con uno zampino internazionale, visto il suo impegno, condiviso con Craxi, di un’apertura al mondo arabo, seppur nel rispetto dell’Alleanza Atlantica.

 

Lui ambiva alla Presidenza della Repubblica? 

Se fosse stato Presidente della Repubblica di certo non avrebbe detto di no. Anche se la vita nel palazzo non lo ha mai entusiasmato, amava la vita di relazioni. Quando Cossiga lo nominò senatore a vita era preoccupato di perdere quel contatto con l’elettorato che aveva contraddistinto la sua attività politica sino ad allora.

 

La Democrazia Cristiana non è stata solo Moro e De Gasperi ma anche Vito Ciancimino. Con il senno di poi, ci sono figure, ambiti e pezzi di DC che forse suo padre avrebbe fatto meglio ad evitare?

Se non si fosse occupato della DC siciliana gli sarebbe andata molto meglio nella vita. In Sicilia la DC, come altri partiti, pagano la vicinanza a una cosa che esiste da sempre e che ha condizionato anche la vita politica. Se fosse potuto tornare indietro, non avrebbe mai avuto una presenza particolare in quell’isola. Vito Ciancimino è stato condannato, Salvo Lima spesso è stato considerato colluso con la mafia. Tante volte mio padre e i suoi collaboratori hanno cercato di fare accertamenti per capire queste collusioni ma non gli fu mai detto nulla. Il giudice Falcone, una volta, condannò per calunnia un falso pentito, Pellegriti, per aver messo in mezzo Lima. È un tema molto complesso e la Sicilia ha sempre vissuto con questo spettro, sin dallo sbarco degli Alleati. Ripeto, se non si fosse occupato di Sicilia sarebbe stato molto più tranquillo.

 

Oltre alla Sicilia, ci sono altre situazioni da cui avrebbe fatto bene a tenersi distante?

Mio padre diceva di essere accusato di tutto quello che è avvenuto nel mondo dalle guerre puniche in poi. Lui indubbiamente ha avuto rapporti con tante persone, ma bisogna contestualizzare il momento. Quando tu incontravi persone che avevano un ruolo nella società civile, come nella finanza, non era detto che in quel momento tu fossi al corrente di quello che facessero. Parlo ovviamente di Sindona. Quando mio padre ha avuto contatti con lui, Sindona era un presidente di banche e una persona apparentemente stimata..

 

Si parla di un incontro tra Evangelisti (braccio destro di Andreotti) e Sindona a New York quando il banchiere era latitante.. 

Di cose se ne sono dette tante. Si può dire che mio padre fosse amico di Gelli, di Sindona, si può dire tutto e il contrario di tutto. Quello che è certo, anche studiando le carte processuali, è che mio padre non fece nulla per salvare Sindona e che mio padre non potesse sapere che Sindona fosse un mafioso.

 

A ridosso del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, come famiglia Andreotti vi siete sentiti in pericolo? C’è stato un rafforzamento delle misure di sicurezza?

Noi siamo quattro fratelli e per fortuna abbiamo vissuto una vita normalissima. Come famiglia non avevamo scorte e protezioni, mio padre ovviamente sì, soprattutto dopo quello che è successo al povero Moro.

 

Da quello che Giulio Andreotti raccontava in privato, quali erano gli avversari politici che rispettava e apprezzava e coloro che non stimava affatto?

La politica è cambiata tantissimo e questa domanda è figlia del clima odierno. Allora era diverso, c’erano simpatie e antipatie ma sempre con il rispetto sullo sfondo. Nell’archivio che mio padre ha lasciato all’Istituto Sturzo, ci sono tantissimi carteggi con gli esponenti più sanguigni del Partito Comunista. Con Gian Carlo Pajetta c’era grande stima, idem con Palmiro Togliatti, di cui abbiamo ritrovato una lettera di condoglianze, bellissima e piena di umanità quando morì De Gasperi.

 

Stimava più Togliatti che Fanfani..

Con Fanfani non è che non si stimassero, era la DC che era un mondo un po’ a sé. Come tanti galli in un pollaio. La DC è stata il perno per quasi mezzo secolo ma hanno avuto un ruolo importante anche tutti gli altri partiti, socialisti, socialdemocratici e comunisti.

 

La politica estera era la sua grande passione. Alcuni indicano Giulio Andreotti come il garante del filo-atlantismo dell’Italia del dopoguerra. Ma suo padre ha sempre guardato con grande attenzione quel mondo arabo che gli USA vedevano come fumo negli occhi. Qual è la sua opinione? 

Lui ha iniziato a occuparsi prestissimo di politica estera, sin da quando era sottosegretario di De Gasperi. Negli anni ’80 mio padre ha avuto un ruolo importante sulle questioni relative al mondo arabo. L’Italia, per ragioni storiche e geografiche, sul tema ha assunto un ruolo importante. Definire Giulio Andreotti ‘filo arabo’ non è del tutto esatto. Mio padre non era filo-arabo e anti-israeliano, credeva si dovesse trovare una soluzione, seppur difficile. Ci sono state iniziative molto contestate, quando Arafat intervenne al Parlamento italiano per esempio. Mio padre conosceva bene tante figure di rilievo in quel mondo, come l’attuale padre di Assad in Siria. E spesso ha svolto mediazioni informali per far incontrare mondi molto distanti tra loro.

 

Oggi si fa politica estera secondo lei?

Oggi si vanno a trovare i gilet gialli e si litiga con la Francia che è un nostro alleato storico. Il mondo è cambiato, vero, ma credo che oggi l’Italia si stia isolando troppo. Il nostro mondo naturale è l’Europa, che resta una dimensione fondamentale. Forse non quella che si è venuta a configurare dopo la grande crisi economica, ma l’Europa resta l’unica soluzione e l’Italia deve recuperare il rapporto con i suoi partner.

 

Suo padre che idea avrebbe del Movimento Cinque Stelle e della sua idea di democrazia diretta?

Sono cambiati i tempi e non si può pensare che la politica rimanga sempre uguale. La differenza principale tra il pensiero del M5S e quello di mio padre è l’importanza dell’intermediazione tra i partiti. Secondo lo schema di mio padre, la democrazia ha bisogno di un rapporto tra i forze partitiche e di persone con esperienza, gente in grado di risolvere i problemi con cognizione di causa. Credo che lui ritenesse che consultare direttamente il popolo su temi importanti fosse giusto, ma non al punto di diventare una prassi quotidiana.

 

Lei è rimasto colpito dalla presenza del ministro Giulia Bongiorno (storico avvocato di Giulio Andreotti) nella squadra di governo di Salvini e Di Maio?

 Un po’ mi ha colpito. Lei l’abbiamo conosciuta quando era molto giovane, ha seguito la vicenda di mio padre e con lei abbiamo un rapporto di sincera amicizia. Lei credo avesse avuto già un’insofferenza verso la professione, è un’ottima penalista e penso abbia voluto spaziare un po’. Ci parlai a ridosso del Natale 2017 per farle gli auguri e le chiesi per scherzo se avesse ancora mire politiche. E lei mi confidò di aver conosciuto Matteo Salvini. Un po’ mi ha sorpreso, lei nel diritto può dare un suo contributo e forse è stata messa in un ruolo in cui non può esprimere al meglio le proprie capacità. La mia idea è che il Ministero della Giustizia sarebbe stato più adatto. La pubblica amministrazione è un mondo un po’ diverso ma ho visto che ha iniziato delle riforme su assunzioni e personale. Staremo a vedere.

 

Non tutti sanno che suo padre nel 1947, quando era sottosegretario, fu incaricato da De Gasperi di rimettere in piedi Cinecittà e la produzione cinematografica del dopoguerra. A parte di capolavori e i grandi classici, c’erano generi di serie B, autori e film particolari che suo padre apprezzava? 

La cosa che mi ha sempre sorpreso, sin da quand’ero ragazzino, era la sua passione per i film di Totò, un cinema che si sarebbe definito trash. È vero, mio padre ha avuto un ruolo importante nella rinascita dell’industria cinematografica. Nel dopoguerra Cinecittà era popolata dagli sfollati e il cinema era esclusivamente americano. Vennero fatte delle leggi che stabilivano che una parte degli incassi dei film USA restassero in Italia per contribuire a girare film italiani. Inoltre, chi aveva una sala cinematografica doveva destinare un certo numero di giornate all’anno al cinema italiano. Un po’ quello che oggi si cerca di fare con le canzoni italiane in radio (ride). Queste politiche servirono alla rinascita del cinema italiano e all’emersione dei suoi grandi registi. A un certo punto, tutto il mondo voleva venire a girare i film qui. Ha fatto anche l’attore in un film con Alberto Sordi, un episodio che fece arrabbiare mia madre che non era affatto contenta (ride).

 

Aveva amici importanti tra gli attori e i registi?

Lui era un compagno di scuola di Vittorio Gassman ed era un grande amico di Alberto Sordi e di Federico Fellini. Abbiamo ritrovato delle lettere bellissime inviate a mio padre. In una, Fellini disegnò mio padre come un papa beneficente concludendo la lettera con l’auspicio ,ironico e affettuoso, una sua benedizione.

 

È vero che Silvana Mangano ci provò con suo padre?

Con Silvana Mangano c’è la storia di un carteggio, con Anna Magnani un saluto che fece scalpore. Quando mio padre riceveva in ufficio una donna, faceva sempre tenere la porta aperta per non dover mai dare adito a qualche chiacchiera. E infatti chiacchiere non ce ne sono mai state. In un’intervista, un giornalista gli chiese se avesse mai avuto qualche scappatella con una donna. E lui, nel suo stile, rispose di aver voluto bene a sua madre e che, in ogni caso, non glie l’avrebbe di certo rivelato a lui.

 

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