Mettere fuori legge i fascisti è un errore? Intervista a Marco Gervasoni

Dare la libertà di parola a tutti o preservare il dibattito pubblico censurando posizioni estremiste o che si richiamano al fascismo? Nell’Italia del 2019, dominata mediaticamente e politicamente da Matteo Salvini, si è riacceso il dibattito sul pericolo – vero o immaginario – di un ritorno del fascismo e sul ruolo che dovrebbe assumere l’antifascismo. Un ruolo, quest’ultimo, che secondo alcuni non si dovrebbe limitare alla lotta politica ma dovrebbe puntare allo scioglimento di alcuni gruppi politici. Su questo fronte, alcuni senatori della XVIII Legislatura hanno presentato un’interrogazione per chiedere – in sintesi – lo scioglimento di Casapound e di Forza Nuova. Nel frattempo nel Paese impazza la polemica sul Salone del Libro di Torino, un’Italia spaccata in due tra chi crede si debba dare la parola ai neofascisti e chi – con i neofascisti – non ha intenzione di condividere uno spazio di cultura e dibattito.

Censurare le idee è la strada giusta da percorrere?

Come si fa a capire la possibile evoluzione di una posizione politica estremista in un gesto violento e socialmente pericoloso?

È utile o controproducente alla nostra democrazia mettere al bando organizzazioni di estrema destra o di estrema sinistra?

Prometeo Libero ne ha parlato con il prof. Marco Gervasoni, firma del Messaggero, storico e professore alla LUISS di Roma. Che, con riferimenti storici e riflessioni pungenti, ha dato la sua risposta al grande interrogativo: mettere fuori legge gruppi d’estrema destra e d’estrema sinistra è un errore?

 

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Marco Gervasoni

 

Professore, mettere fuorilegge Casapound sarebbe giusto o sbagliato?

Uno Stato liberale ha il diritto di mettere fuori legge forze politiche che lo minacciano. Una minaccia che però deve basarsi sull’eversione, sulla violenza e sull’uso delle armi. Lo scioglimento può avvenire attraverso strumenti legislativi o tramite l’istituzione di uno stato d’emergenza nel caso di guerra civile o di pericoli particolari. Oggi non viviamo in questa situazione e in molti, anche giuristi e magistrati, sostengono che su Casapound non ricorrano i presupposti di applicazione delle leggi Scelba e Mancino, che nella storia sono state saggiamente usate in pochi casi.

 

Perché dice saggiamente?

Mettere fuori legge un movimento può essere controproducente sul fronte politico. Alcune formazioni di estrema destra e di estrema sinistra riescono a gestire al proprio interno alcuni istinti violenti grazie alla propria organizzazione. Se queste formazioni cessano di esistere, la violenza può sfogarsi in forme dirette attraverso l’uso delle armi. Nella storia europea, tutte le volte che sono state messe fuori legge formazioni estremiste, gli effetti sono stati nulli o controproducenti. Da un lato perché si sono ricostituite qualche tempo dopo sotto altre spoglie, dall’altro perché esponenti di formazioni sciolte si sono date alla lotta armata.

 

Lei in diverse occasioni ha fatto l’esempio di Ordine Nuovo, il cui scioglimento nel 1973 ha poi creato la dirigenza e la manovalanza del terrorismo nero degli anni successivi. Fu giusto metterlo fuori legge secondo lei?

In quel caso la decisione non fu giudiziaria ma per decreto, quindi esclusivamente politica. L’organizzazione era infiltrata dai servizi deviati e la scelta della Democrazia Cristiana di mettere fuori legge Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale non fu ideologica ma probabilmente finalizzata a preservare il controllo sui propri servizi ed evitare l’ampliamento di pericolose zone d’ombra. A mio avviso si è trattato di una decisione corretta. Da queste premessa appare evidente come oggi la situazione di Casapound sia molto diversa da quella di allora.

 

Qual era il livello di compromissione dell’estrema destra italiana degli anni ’70 con i servizi segreti?

 La particolarità della Guerra Fredda in Italia è che a un certo punto i servizi sono sfuggiti al controllo di chi ne era responsabile, ovvero Ministero degli Interni e Ministero della Difesa. Servizi definiti ‘deviati’ – che a loro volta sicuramente rispondevano a servizi di altri Paesi – utilizzavano formazioni politiche in qualche caso suggestionate dalla possibilità di una svolta autoritaria. E il fatto che alcuni servizi consentissero situazioni di disordine in modo da creare i presupposti per un regime autoritario era benvoluto. Stesso discorso vale per l’estrema sinistra con i Paesi dell’Est.

 

Tanti protagonisti di quella stagione negano di aver mai saputo delle interferenze dei servizi segreti..

 È una cosa che fa un po’ sorridere, perché probabilmente ne erano consapevoli. Dall’altro lato, non convincono le affermazioni delle Brigate Rosse e di parti del vasto mondo alla sinistra del PCI che negano di essere state finanziate e addestrate dai Paesi dell’Est.

 

Nella storia europea quali sono i casi più interessanti di partiti e movimenti messi fuori legge?

Un caso interessante è lo scioglimento del Partito Comunista di Germania (KPD) da parte della Repubblica Federale Tedesca negli anni ’50. Decisione motivata dal fatto che il KDP era infestato da spie della DDR. Ma questa messa al bando, insieme a quella di altre sigle di estrema sinistra, in Germania portò alla nascita del terrorismo rosso e della RAF.

 

Vietare manifestazioni o chiudere organizzazioni rischia di aumentare il settarismo e di far sentire il censurato un martire o un eroe. Questo discorso è valido per i comunisti come per i neofascisti oppure è particolarmente accentuato nei movimenti di destra?

Vale per tutti. Con un ragionamento di tipo teorico, l’idea di martire è sentita molto di più nel mondo dell’estrema destra, una cultura politica che sull’idea della morte e del sacrificio dell’eroe è molto più ricca rispetto a quella dell’estrema sinistra. Il culto della bella morte era molto sentito nell’Italia del primo fascismo in seguito alla Grande Guerra.

 

Secondo lei come si fa a capire la possibile evoluzione di una posizione politica estremista in un gesto violento e socialmente pericoloso?

Queste sono valutazioni che spettano alla magistratura. Nell’ordinamento esistono reati che perseguono la banda armata e se un’organizzazione utilizza armi va perseguita. Un conto sono i tafferugli per strada in cui si contrappongono, per fare un esempio, centri sociali e Casapound. Un altro è la violenza pianificata, con attacchi sistematici nei confronti di avversari politici. A mio avviso le ragioni dello scioglimento non devono fare riferimento all’ideologia dell’organizzazione ma alla sua violenza.

 

Un punto di vista molto statunitense

Su questo gli Stati Uniti sono un faro. Negli USA si possono mettere in piedi le più orrende organizzazioni politiche che hanno modo di muoversi fin quando non compiono atti violenti. Nel momento in cui c’è violenza, la reazione dei giudici è durissima. In Italia è il contrario: molte chiacchiere e proposte insensate di scioglimento e poi mano leggera della magistratura nei confronti di militanti violenti. Dovrebbe essere l’opposto: totale libertà di esprimere le proprie idee e poi usare la mano pesante quando si supera il discrimine tra espressione dell’idea e violenza.

 

Ha la stessa posizione anche per quanto riguarda idee che tendono all’odio razziale? 

In linea di massima ho un approccio statunitense anche in questo caso. Io sarei contrario a qualunque legge anti-negazionista, altrimenti si finisce che da un negazionismo si passa a un altro. Ricordiamo che il Paese che mette in galera storici e giornalisti per negazionismo è la Turchia di Erdogan. Un negazionismo che non fa riferimento alla Shoah ma al genocidio armeno. Negli USA il grande intellettuale Noam Chomsky, ebreo e di estrema sinistra, ha scritto la prefazione a un libro di scritti di Robert Faurisson, un negazionista che contestava l’esistenza delle camere a gas. Secondo Chomsky, Faurisson era un nazista, aveva idee deprecabili ma doveva poter parlare perché solo leggendo le cose immonde che scriveva si poteva combatterlo.

 

In Italia abbiamo un’impostazione culturale che ci permette di accettare e interiorizzare un Primo Emendamento americano sui temi dell’odio razziale?

Secondo me sì. Sposterei però il centro della discussione non sull’odio razziale ma sul negazionismo della Shoah. Attualmente abbiamo le Scelba e la Mancino, leggi molto equilibrate dove il legislatore non punisce le idee in sé, seppur aberranti, ma persegue l’effetto che questa idea può avere. Forse la nostra legislazione potrebbe aver bisogno di qualche intervento sulla questione della Shoah, ma tendenzialmente il principio che invito sempre a seguire è quello di non perseguire le idee in sé, ma solo quando queste possono tramutarsi in organizzazione e violenza.

 

Quali sono le controindicazioni di legislazioni troppo repressive nei confronti delle espressioni d’odio?

In primis quella creazione di martiri di cui abbiamo parlato prima. In secondo luogo l’amplificazione del fascino del proibito. Pensi che nei Paesi dell’Est, durante il comunismo, i libri più letti erano quelli proibiti.

 

Immagino non abbia una grande stima della Legge Fiano..

Una legge sbagliata che fortunatamente non è stata approvata nella scorsa legislatura. Confonde fascismo e odio razziale e dà per scontata una cosa falsa, ovvero che tutti i fascisti siano antisemiti e soprattutto che tutti gli antisemiti siano fascisti. Un esempio per tutti: il Labour Party di Jeremy Corbyn, spesso e giustamente accusato di antisemitismo. La Legge Fiano avrebbe anche l’effetto grottesco di punire manifestazioni di folklore assolutamente innocue. Immaginiamo la polizia che fa irruzione in una trattoria dell’Agro Pontino e sequestra bottiglie di vino con la faccia di Benito Mussolini. Una scena ridicola.

 

Lei ha citato Corbyn. Ne approfitto per spostare l’asse del discorso a sinistra e per chiederle se nella sinistra extraparlamentare c’erano, a suo avviso, i presupposti per lo scioglimento? Penso ad esempio a Lotta Continua 

Nonostante commettessero atti violenti, le organizzazioni della sinistra extraparlamentare non sono state toccate. Pensiamo a cosa scriveva il giornale Lotta Continua prima e dopo l’omicidio Calabresi. Lotta Continua non fu toccata, quando esageravano venivano arrestati alcuni militanti e si sciolse autonomamente. Tra queste organizzazioni e il terrorismo rosso c’era un’osmosi. Alle BR faceva comodo avere organizzazioni legali di appoggio, basti pensare che molti esponenti di Avanguardia Operaia entrarono poi nelle Brigate Rosse. Come in Irlanda del Nord, bracci politici in supporto a bracci armati.

 

Quindi perché non sono state sciolte queste organizzazioni?

La Democrazia Cristiana aveva capito che scioglierle sarebbe significato rinforzare l’esercito di attivisti pronti per il terrorismo.

 

Durante gli anni di piombo, a sinistra c’era chi diceva che i brigatisti erano compagni che sbagliavano mentre a destra Almirante proponeva provocatoriamente una doppia pena di morte per coloro che si professavano fascisti e poi compivano atti terroristici. A sinistra c’è stata più indulgenza nei confronti della lotta armata?

Il punto di svolta è rappresentato dal rapimento del giudice Mario Sossi da parte delle BR nel 1974. Prima di allora, tutta la sinistra, PCI compresa, sottovalutò la violenza dell’estrema sinistra. È un mito il fatto che il PCI sia stato sin dagli inizi una diga contro il terrorismo. Una sottovalutazione c’è stata anche da parte della magistratura, che negli anni ’70 ha vissuto una fase di svolta e grazie a Magistratura Democratica ha aperto i propri ranghi al PCI. Nel decennio precedente, i giudici avevano ancora un marcato tratto conservatore. Nei primi anni ’70, invece, la magistratura è piena di giovani giudici comunisti che si mostrano molto tolleranti nei confronti delle azioni violente dell’estrema sinistra. Un atteggiamento che cambierà radicalmente a metà anni ’70, quando magistrati vicini al PCI cadranno sotto i colpi dei terroristi.

 

Il piglio giustizialista di una parte della sinistra italiana nasce dal post Tangentopoli e dall’antiberlusconismo o ha origini più antiche?

Palmiro Togliatti era consapevole di dover battere la DC sul terreno politico, non su quello giudiziario. Con Berlinguer le cose cambiano, in parte perché un pezzo della magistratura si era già avvicinata al PCI e in parte perché negli anni ’80 l’ultimo Berlinguer capisce che vincere per via politica è molto difficile. Sul fronte politico si fa strada l’idea che siano in magistrati a dover spazzare via l’avversario politico corrotto. Su quello giudiziario si iniziano a vedere dinamiche che saranno molto frequenti nei decenni successivi, ovvero esponenti politici arrestati a ridosso delle elezioni. Un rapporto tra politica e giustizia italiana che difficilmente cambierà in tempi rapidi”.

 

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