L’anarchico Pasolini raccontato da un ex ragazzo di vita

Di uomini come Silvio Parrello ne sono rimasti pochi. Poeta, pittore e ragazzo di vita pasoliano, Parrello ha potuto vedere i cambiamenti di Roma e della società italiana da un osservatorio speciale. Ovvero da quelle borgate romane degli anni ’50 in cui ha incontrato Pier Paolo Pasolini, uno dei più grandi intellettuali italiani del ‘900. Un incontro che ha lasciato una traccia indelebile nella vita di Silvio ma anche nell’attività letteraria di Pasolini, tanto che a Parrello ha dedicato il personaggio ‘er Pecetto’ nel suo romanzo più famoso, “Ragazzi di Vita”.

Oggi Silvio Parrello vive ancora a Monteverde, il quartiere romano in cui è nato e cresciuto. Lo si può trovare sempre nel suo studio, lo Scrittoio di via Ozanam 134, un luogo in cui i suoi quadri si fondono con la memoria storica di Pasolini, fatta di libri, fotografie e dai ricordi di Silvio. Un tempio dedicato al grande poeta friulano.

A Prometeo Libero, Silvio ha voluto raccontare chi era davvero Pier Paolo Pasolini. Ne viene fuori il ritratto di un uomo generoso, curioso e soprattutto anarchico. Un Pasolini autentico, scomodo e odiato da un’Italia bigotta e oscura. Un Pasolini ammazzato dal potere stesso, perché il Potere “fa ciò che vuole”, in un omicidio su cui Silvio ha indagato e continua ad indagare da decenni, convinto che la verità non sia quella emersa nelle aule giudiziarie.

Intervista in formato video sul canale Youtube di Prometeo Libero: https://www.youtube.com/channel/UCTEK4VWBf7YKs7XFLH2QeHA

Grazie a Elia Buonora per le riprese e il montaggio.

 

Chi era Pier Paolo Pasolini?

Era un uomo eccezionale, dal punto di vista intellettuale e fisico, una forza della natura. L’ho conosciuto al campetto di pallone di Monteverde negli anni ’50. Era il nostro luogo di ritrovo, una zona in cui c’era solo campagna, non c’era niente. Lui era appassionato di pallone e anche se era vestito di tutto punto si fermava a giocare con noi. D’estate andavamo a fare il bagno nelle ‘marane’ (fiumiciattoli, ndr) e nel Tevere all’altezza di Ponte Marconi, che all’epoca nemmeno c’era. C’erano solo i piloni.

 

Che impressione ti ha fatto quando lo hai conosciuto?

All’inizio c’era diffidenza, noi ragazzi di borgata eravamo completamente diversi da lui… aveva una vocetta così delicata! Poi ci siamo abituati e lui era molto attento ai nostri problemi e a quelli delle nostre famiglie, in un quartiere in cui mancava tutto.

 

Sei un artista, pittore e poeta. Come ha influenzato la tua sensibilità artistica?

Mi ha segnato. Su di lui ho scritto oltre 200 poesie, pensa un po’. Manco fosse stato la mia donna!

 

Pier Paolo Pasolini ha avuto molte questioni aperte con la giustizia, dall’imputazione per corruzione di minorenne al processo, postumo, per il film Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Perché Pasolini aveva un rapporto così complesso con la giustizia? Per un rifiuto delle convezioni borghesi, per la sua indole ribelle o c’è dell’altro?

Pasolini era un’intellettuale libero, si poneva in contrasto con il PCI nonostante fosse comunista dichiarato. Era un personaggio scomodo, che stava cinquant’anni avanti a tutti. Basta leggere la sua poesia Alì dagli occhi azzurri, del 1964, in cui profetizza gli sbarchi dei migranti. Fu denunciato anche quando pubblicò Ragazzi di vita. Dava fastidio.

 

Che idea aveva del carcere Pasolini?

Era tipo Marco Pannella, che Pasolini tra l’altro stimava molto. Diciamo che era un anarchico, cosa che non andava bene al PCI. Il problema grosso con il partito si è creato quando Pasolini ha difeso i poliziotti per i fatti di Valle Giulia, nel 1968.

 

PPP aveva espresso posizioni molto anticonformiste durante le proteste studentesche del ‘68: difendeva i poliziotti proletari e attaccava i manifestanti definendoli figli di papà. Oggi che penserebbe dello scontro in atto tra nemici della globalizzazione e sostenitori delle politiche di accoglienza? Starebbe dalla parte del proletario italiano che perde il lavoro o del migrante che arriva nel nostro Paese su un barcone?

La questione è complicata, penso che starebbe da entrambe le parti. Lui diceva ‘nulla è più anarchico del potere, il potere praticamente fa ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettatogli da sue necessità di carattere economico. Una sorta di macelleria antropologica destinata a distruggere qualunque forma di cultura, popolare, contadina, democratica’. Ci ha preso in pieno. Forse nemmeno lui si sarebbe aspettato la degenerazione di oggi.

 

Pasolini era anche un personaggio controverso. Da un lato aveva un interesse intellettuale, sociologico, per le borgate romane, dall’altro aveva anche un’attrazione fisica nei confronti dei giovani borgatari romani. Questo suo tratto predatorio, scandaloso, in un’Italia ancora bigotta e reazionaria, ha limitato la sua forza intellettuale o ha rafforzato ancor di più l’immagine dell’anticonformista e irregolare ancora viva oggi?

Sicuramente ha rafforzato questa immagine. Pasolini tirava fuori scandali e stragi, e il potere, per difendersi, ha attaccato la sua omosessualità. Mi viene da ridere. Colombo, Ministro degli Esteri democristiano, era gay. C’era anche un democristiano che andava a ‘rimorchiare’ assieme a Pasolini sul Lungotevere. La verità è che in Italia ci sono froci e froci. Pasolini era un frocio che spaccava le ossa al sistema, gli altri erano ‘frocetti’, poca roba rispetto a lui.

 

Com’era visto dai ragazzi del quartiere quest’uomo venuto dal Nord, notoriamente omosessuale e attirato dalle malfamate borgate romane?

Pasolini era un uomo molto generoso e sensibile, una volta regalò a mia madre 10000 lire. Per farti capire un insegnante dell’epoca ne guadagnava 27000. A noi lasciava aperta la sua Seicento con degli spicci dentro, perché sapeva che li saremmo andati a prendere. Poi la storia del predatore sessuale è una bugia, non ha mai preso nessuno per il collo costringendolo ad andare con lui. Tutte cazzate. Chi ci andava era un ‘marchettaro’ (omosessuale che si prostituisce, ndr). Stavano tutti a chiedere soldi, consapevoli della sua generosità.

 

Qual è stato il rapporto tra lei e i ragazzi di vita che hanno avuto successo nel cinema? Mi riferisco in particolare a Ninetto Davoli e ai fratelli Citti. Eravate amici, conoscenti, rivali nella rappresentazione dell’eredità pasoliniana o estranei?

Noi ragazzi di Monteverde non abbiamo mai avuto a che fare con chi faceva film con Pasolini. Quando è uscito Accattone, nel 1961, Pasolini già frequentava altre borgate, le zone di Citti e Davoli. Il suo mondo delle borgate era diventato un altro.

 

A pagina 137 del suo libro “Vita di un ragazzo di vita”, Franco Citti scrive: “io dico che gli unici ad essergli amici (a Pasolini) siamo stati io, Sergio (Citti) e Ninetto. Gli altri lo hanno sempre usato e hanno anche approfittato di lui”. Come risponde a queste affermazioni?

Che non conosceva la zona di Donna Olimpia. Non conosceva il rapporto del nostro quartiere con Pasolini. Qui eravamo tutti amici, anche se molti gli chiedevano soldi, dato che cominciava a guadagnare bene. Poi ci credo che i Citti erano suoi amici, c’hanno fatto un sacco di film insieme. Però Pasolini trattava tutti allo stesso modo e aveva rapporti con tutti. Dall’operaio alla prostituta, dal ladro al segretario di Stato del Vaticano.

 

Pasolini sarebbe attratto anche dalle borgate romane di oggi o le troverebbe troppo anonime e prive di quell’umanità che lo hanno fatto innamorare di Roma?

Ma no! Gli è stato pure chiesto se avesse potuto scrivere di nuovo Ragazzi di vita, ma lui ha risposto di no, che si poteva fare giusto nello Yemen o in Africa. Ormai il tempo delle borgate è passato. Poi sono stati proprio i borgatari da cui era così attirato ad ammazzarlo. Sono stati mandati dal potere, che fa quello che vuole. L’omicidio di Pasolini è un delitto di Stato, non una cazzata.

(intervista curata insieme a Riccardo Di Stefano)

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