“Vi racconto l’inferno delle carceri thailandesi”

Denis Cavatassi è un sopravvissuto. La sua storia si svolge in Thailandia, terra di templi buddisti, caldo insopportabile, paradisi naturali e animali esotici, non lontano da quei luoghi selvaggi e stupendi raccontati da Emilio Salgari. Quello di Denis però non è un romanzo, ma una storia di sofferenza, paura e prigionia.

In Thailandia Denis – originario della provincia di Teramo – diventa imprenditore e decide di viverci assieme alla moglie e alla figlia. Un giorno il suo socio italiano viene ucciso a Pukhet, meta turistica del sud della Thailandia dove i due avevano alcune attività di ristorazione. Accusato dell’omicidio, nel 2011 Cavatassi prima viene arrestato, poi liberato su cauzione. Tra il 2015 e il 2017 arriva il verdetto della giustizia thailandese: Denis Cavatassi dev’essere condotto in carcere e condannato a morte. Seguono mesi terribili, dove il prigioniero cercherà di dimostrare la propria innocenza dal penitenziario di un Paese dove ancora vige la pena capitale. Il resto della storia Denis ha deciso di raccontarlo in quest’intervista esclusiva rilasciata a Prometeo Libero.

 

Che cosa significa per un cittadino occidentale vivere per più di un anno nelle carceri del sud est asiatico?

È un’esperienza traumatica. Non che lo standard delle nostre carceri sia decente, ma essendo stato in più di un carcere thailandese posso affermare con certezza che si sta peggio degli animali.

 

Nelle celle in cui sei stato quante persone c’erano?

Nel carcere di Nakhon Si Thammarat c’erano circa 7000 detenuti. Nella stanza eravamo in 45, per dormire c’era uno spazio a terra di una quarantina di centimetri. A Phuket era ancora peggio, i centimetri erano 20 e si riusciva a malapena a stare su un fianco. Circondato da altri corpi stesi ovviamente. Ti davano tre coperte, una da usare come materasso, una come cuscino e l’altra come coperta.

 

Quali erano i maggiori problemi?

Tutti avevano problemi epidermici. Io poi ho portato le catene, quasi tutti coloro che portano le catene dopo un po’ sviluppano la scabbia.

 

Le catene?

Chi è condannato a morte deve portare per almeno un mese le catene.

 

Un’esperienza quasi medievale

Esatto. Considera che nella mia ultima esperienza* in carcere sono stato per sei mesi in isolamento e con le catene.

*[Denis ha vissuto tre momenti in carcere; il primo, a ridosso dell’inizio del processo, nel 2011, è durato 4 mesi. Il secondo due settimane e il terzo – il più lungo – due anni a Nakhon Si Thammarat]

 

Come si fa a resistere a un’esperienza del genere?

I primi mesi ci si trova in uno stato di shock totale. Sei come inebetito, non capisci nulla. Nel mio caso il senso di disorientamento è durato all’incirca un anno.

 

Quali sono state le fasi del processo che ti hanno portato alla condanna a morte?

Nei cinque anni di processo ero fiducioso, temevo che potessero creare qualche prova falsa ma in realtà non avevano nulla in mano per considerarmi colpevole. Poi sono andato alla prima sentenza e il giudizio è stato di condanna a morte. Qui ci sono tre grandi di giudizio: la prima corte, la corte d’appello e la corte suprema. Poi abbiamo fatto ricorso alla corte d’appello che tuttavia ha confermato il giudizio di condanna a morte.

 

E la corte suprema?

Dopo due giudizi negativi ero preoccupato, perché se avessero confermato i precedenti giudizi non sarei più potuto uscire su cauzione e mi sarei dovuto fare altri 8 anni di inferno.

 

Come mai 8 anni?

Qua funziona così: in concreto la pena di morte agli stranieri non la danno. Per i cittadini di altri Paesi, se la pena è inferiore all’ergastolo dopo quattro anni puoi chiedere di scontarla nel tuo Stato d’appartenenza. Nei casi dei condannati a morte è diverso, bisogna chiedere la grazia al Re e farsi commutare la pena in ergastolo. Poi, in genere, prima di tornare in patria devono passare almeno otto anni. Ma avendo superato i 50 anni sarei uscito a 60 in condizioni fisiche e psicologiche che non oso immaginare. Probabilmente non mi sarei più ripreso dopo una pena così lunga in un penitenziario thailandese.

 

Poi però c’è stato il colpo di scena

Sì, la corte suprema mi ha scarcerato per mancanza di prove. In Thailandia il diritto è sul modello anglosassone, se c’è un dubbio questo va a vantaggio dell’accusato. La fine di un incubo.

 

Tu quando sei entrato in carcere per la prima volta sapevi la lingua thailandese?

Le basi, frasi tipo “come ti chiami?”, “come stai?”. Poi nei due anni di carcere mi sono impegnato e ho imparato a leggerlo e a scriverlo, un modo per comunicare con gli altri e per tenere la mente impegnata.

 

Che vi davano da mangiare nelle carceri?

Dal tuo conto personale puoi spendere circa 10 dollari al giorno. Compravo yogurt, biscotti, caffè solubile ma anche shampoo, penne e quaderni. Nel primo mese non ho avuto appetito e praticamente non ho mangiato nulla, poi ho iniziato a mettere qualcosa tra i denti ma è stata molto dura, un cibo piccantissimo, quasi immangiabile. Ma quello del cibo era il problema minore, mangiavi per sopravvivere. Il vero problema erano le condizioni di vita nella propria stanza.

 

Quali sono le attività che si svolgono in un carcere thailandese?

Alle 5,30 di mattina c’è la preghiera al Buddha, dopo di che tutti in piedi per l’inno al Re. Dopo la conta della guardia, i prigionieri iniziano a uscire dalle celle. Visto il caldo, le camere sono aperte: due lati in muratura e gli altri due con le sbarre. Un bagno solo per 45 persone, aperto anche quello. Alle 8,00 c’è l’alzabandiera, un’altra preghiera al Buddha e poi si è liberi di muoversi. Nel tempo libero di solito andavo a fare un po’ di attività fisica o a studiare. Per pranzo una zuppa con pollo o verdure, poi un secondo pranzo verso le 13,30 e dopo ancora tutti in doccia. Ovvero vasconi grandi di cemento dove vai li e con il catino di butti l’acqua addosso. Ognuno ha il suo armadietto perché su in cella non si può portare nulla se non libri. Agli stranieri è consentito portare nella stanza libri di ogni genere, ai thailandesi solo libri religiosi. Dopo la doccia, altra preghiera a Buddha, altro inno al Re, perquisizione e nel pomeriggio chiusi in stanza fino alla mattina successiva. Una routine devastante.

 

I detenuti thailandesi credevano a tutti questi rituali religiosi e patriottici o ne erano infastiditi?

I detenuti thailandesi sono come dei bambini. Magari sono anche feroci criminali, ma lì sembrano scolaretti. Il discorso è generale, in Thailandia hanno una concezione della vita meno consapevole della nostra. Noi occidentali generalmente la prendiamo un po’ più sul serio.

 

Un bilancio a posteriori su cosa rappresenta l’esperienza carceraria per una persona?

Un’esperienza disumana, di una crudeltà assoluta. Il carcere è una vendetta sociale, con la gente che mostra più sensibilità nei confronti degli animali che verso i carcerati.

 

A maggior ragione nel tuo caso, in carcere da innocente

Sì, lì c’è un’aggravante importante. Ho condiviso la mia quotidianità con poveri cristi, gli ultimi della società.

 

È così evidente la connessione tra condizione sociale disagiata e carcere?

La stragrande maggioranza è gente che viene dai bassifondi della società. Questo è un discorso che vale un po’ ovunque, anche in Italia. Gente che ha fatto cose sbagliate perché forse ha subito situazioni e circostanze che non riusciamo nemmeno a immaginare. È solo colpa loro? Non ho una risposta a questa domanda, ma è un interrogativo che ci si deve porre.

 

Seppur nel dramma umano, ci sono degli insegnamenti o delle consapevolezze positive che hai tratto da quell’esperienza carceraria?

Assolutamente. Nella frenesia del mondo contemporaneo, l’isolamento ferma il mondo e ,una volta superato lo shock, consente un’introspezione che nello stato di libertà è impossibile da approfondire.

 

Un’occasione per fare il punto su se stessi?

Su se stessi e sugli altri. Osservi gli altri esseri viventi con un altro occhio. Spesso mi fermavo a osservare le formiche: ce n’erano grandi, piccole, tutte sempre indaffarate. Era anche quello un contesto di regole, genetiche, non culturali ma pur sempre regole che concorrevano a formare un contesto sociale. Mi ricordava il mondo che avevo conosciuto fuori, da uomo libero.

 

Quando sei uscito com’è cambiata la tua visione del mondo?

La vita incentrata sul denaro ora mi sembra banale. Ho una bambina e l’unico interesse che ho per il denaro è legato alla sopravvivenza. Passare la propria esistenza ad accumulare, spendere e accumulare di nuovo è senza senso. Ti rendi conto di quanto si stia vivendo in una società malata.

 

Qual è il rapporto tra capitalismo e buddhismo?

Gesù ha predicato l’amore e la fratellanza ma nel concreto è accaduto tutto il contrario: oro, cattedrali e sopraffazione. In Thailandia è accaduta la stessa cosa, quello che ha predicato Buddha è stato stravolto totalmente. Loro hanno il karma, ovvero fare del bene ora per trarne i benefici nella vita successiva come se fosse un bilancio economico. Le religioni hanno detto cose molto simili, poi smentite nella loro applicazione.

 

Come procede ora la tua vita?

La detenzione ha compromesso alcune attività imprenditoriali, come resort e ristoranti. Prima ne avevo sei, adesso due. Fare business non è più la mia priorità, continuo a gestire alcune attività solo perché ho una figlia da mantenere. Ora il mio obiettivo è continuare a studiare e dare il mio contributo nel mondo della cooperazione. Magari con una ONG che si occupi dei detenuti all’estero.

 

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Un pensiero riguardo ““Vi racconto l’inferno delle carceri thailandesi”

  1. mammamia che storia…incredibile
    A leggerla viene l’ansia e un senso di paura
    E’ una società malata (e non solo quella tailandese) quella che ha le carceri strapiene. Altrimenti non si spiegano molti fatti …

    grazie per questo post
    .marta

    "Mi piace"

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