Riti pagani, servizi segreti e neonazisti: i retroscena di Piazza Fontana raccontati dal giudice Salvini

La strage di Piazza Fontana è uno degli eventi più dolorosi della storia del nostro Paese. Un episodio che, dopo oltre 50 anni, suscita ancora dibattiti, curiosità e una produzione letteraria sterminata. Un filo rosso che collega la Guerra Fredda con la libertà operativa delle forze armate, i servizi segreti con la manovalanza di estremisti sospesi tra intenti rivoluzionari e connivenze con lo Stato. Al centro c’è la debolezza strutturale dell’Italia del 1969, con le sue piazze ribollenti di rivendicazioni sociali, con i suoi centri vitali ancora lontani da una piena fedeltà alla democrazia costituzionale.

Perché il nostro Paese non è riuscito a resistere alle spinte eversive?

Cosa si sarebbe potuto fare di diverso dal punto di vista giudiziario?

In cosa differivano i terroristi neri rispetto a quelli di estrema sinistra?

Che mondo era quello dell’eversione nera del Nord Italia ai tempi della strage di Piazza Fontana?

Prometeo Libero ne ha parlato con il giudice Guido Salvini, il magistrato milanese che negli anni ’90 ha riaperto le indagini su Piazza Fontana e ha contribuito a ricostruire i fatti più rilevanti e oscuri della strategia della tensione. Anche grazie al libro appena uscito “La Maledizione di Piazza Fontana”, scritto insieme ad Andrea Sceresini e documento prezioso per scoprire le indagini mancate, i testimoni dimenticati e le tante dinamiche ancora oscure di quegli anni.

 

Una delle particolarità del suo lavoro è che è stato svolto a distanza di tanti anni dalla strage di Piazza Fontana, anche per ragioni anagrafiche, visto che lei nel 1969 era un adolescente. Se lei avesse svolto le indagini all’inizio degli anni ’70, quali ostacoli avrebbe trovato sulla sua strada e cosa di diverso avrebbe fatto rispetto agli inquirenti di quegli anni?

Sicuramente avrei messo in sicurezza la bomba trovata inesplosa alla Banca Commerciale di Milano il pomeriggio del 12 dicembre, uno scrigno di informazioni che dovevano essere analizzate. Una prova di cui, tuttavia, il Procuratore Generale dell’epoca ha causato la perdita dando mandato agli artificieri di farla subito esplodere. Eppure era la firma degli attentatori. Fu un danno enorme, irreparabile. Quando, nell’istruttoria degli anni ‘90, Carlo Digilio descrisse il tipo di esplosivi di cui lui e il suo gruppo disponevano, non fu possibile confrontare il suo racconto con quanto c’era all’interno della cassetta lasciata alla Banca Commerciale. Così non fu possibile un riscontro decisivo.

Poi avrei cercato di capire chi avesse nel proprio bagaglio ideologico il movente di azioni simili, e in qualche modo lo faceva comprendere anche attraverso le pubblicazioni che giravano più o meno clandestinamente. Non vi è dubbio che solo la destra radicale potesse considerare, nei suoi programmi farneticanti, la strage come strumento per destabilizzare il sistema democratico. Le ricordo un fatto poco conosciuto che ha riguardato lo scrittore veneto Ferdinando Camon. Camon era entrato alcune volte in incognito nella libreria padovana di Freda e Ventura. Lì ha trovato e comprato una loro pubblicazione in cui si faceva esplicito riferimento a bombe senza nome e senza rivendicazione, fantasmi usciti dal nulla, che avrebbero provocato la “disintegrazione” delle istituzioni democratiche. Camon ha ben descritto le caratteristiche del gruppo Freda, anche sul piano psicologico, nella sua componente razzistico-gerarchica, nel libro Occidente, uscito nel 1975. Se fossi stato un inquirente dell’epoca, avrei sicuramente dato importanza anche a testimonianze letterarie per capire da dove venissero le bombe.

 

Bisogna anche rilevare come il ruolo dei pubblici ministeri di adesso sia molto diverso da quello dei primi anni ‘70

Con l’attuale Codice di procedura penale le indagini vengono dirette dai Pubblici Ministeri e la Polizia giudiziaria, cioè polizia e carabinieri seguono le indicazioni della magistratura. All’epoca era il contrario: la Polizia confezionava i rapporti, stabiliva su quali punti e su quali piste insistere e alla fine portava tutto il magistrato, che agiva quasi alla stregua di un semplice esecutore. Una dinamica che aiuta a capire bene come avvenne l’immediata direzione delle indagini di piazza Fontana sulla pista anarchica di Valpreda. Oggi non sarebbe possibile.

 

Una delle cose che risalta agli occhi nello studio della strategia della tensione è l’impotenza della magistratura, schiacciata tra una politica interessata al mantenimento della collocazione italiana nella sfera atlantica e la pervasività di un mondo militare, dei servizi e delle questure che andava ben oltre l’auspicabile o il lecito. Pensiamo a giudici Stiz e Calogero, i primi che hanno approfondito la pista nera di Piazza Fontana e che sono stati costretti a tenerla nascosta per non compromettere le indagini. A distanza di anni si può dire che è mancato un supporto all’autonomia della magistratura da parte dei presidenti della Repubblica di quegli anni?

All’epoca la sensibilità della Presidenza della Repubblica era molto diversa rispetto a quella di oggi, a quella del presidente Mattarella, ad esempio. Prevalevano il conservatorismo e l’allineamento con il Patto atlantico e con le forze più moderate del Paese. A prescindere dalle valutazioni politiche, che non sono mio compito, è un fatto storico che il presidente Saragat sia stato uno degli artefici della scissione del Partito Socialista per creare una formazione marcatamente filoamericana come il PSDI, intimorita da qualsiasi innovazione o svolta progressista. E questo avvenne proprio pochissimi mesi prima del 12 dicembre.

 

È dunque una forzatura dire che l’atlantismo abbia fatto dimenticare a presidenti come Segni e Saragat alcune prerogative costituzionali?

È una domanda cui è difficile rispondere. Voglio ricordarle solo una cosa. Nei lunghi memoriali che l’on. Moro scrisse quando era prigioniero delle Brigate Rosse indicò chiaramente nell’estrema destra i responsabili della strage di Piazza Fontana. Ma non solo. Scrisse anche che quella strategia era stata in qualche modo protetta dai Servizi segreti e ispirata da una certa politica atlantica.

 

A proposito di prerogative costituzionali, militari e servizi segreti militari hanno dovuto dichiarare fedeltà alla Costituzione solo nel 1978. Questo ritardo quanto ha inciso nel rapporto tra mondo militare ed eversione?

Ha inciso molto, basti pensare al golpe Borghese, dove l’ex comandante della X MAS ha ottenuto l’appoggio di alti ufficiali dell’Esercito. A prescindere dalla realizzabilità concreta del progetto di Borghese, l’adesione del mondo militare e dei Servizi segreti è stata più rilevante di quanto si pensasse. Parlo di quel mondo militare cui il gruppo di Freda e Ventura, anni prima, nel 1966, aveva mandato attraverso il volantino firmato Nuclei a Difesa dello Stato, l’appello a entrare in azione e diventare la guida del paese ritenendolo l’unica diga contro il dilagare della “sovversione rossa” favorita, secondo loro, dall’acquiescente sistema democratico. Un altro esempio di infedeltà è la fuga di Marco Pozzan organizzata dal SID. Pozzan era un uomo del gruppo di Freda che avrebbe potuto cedere di fronte a un interrogatorio e che fu stato fatto espatriare con falsi documenti nella Spagna di Franco, al tempo un rifugio sicuro.

 

Spagna che ha accolto anche il principe Borghese

Ci sono passati tutti in Spagna, compreso il personaggio più importante: Guido Giannettini. Un giornalista romano con grandi collegamenti con il mondo militare, nonché uomo di raccordo tra il SID e la cellula ordinovista di Padova nei mesi precedenti la strage. Il fatto più grave non è solo che Giannettini fu fatto fuggire, ma anche che i governi dell’epoca negarono a lungo che fosse un agente del SID. Quando la controinformazione dell’epoca su Piazza Fontana faceva riferimento alla “Strage di Stato” si riferiva proprio alla figura di Giannettini e alle coperture di cui ha goduto.

 

Lei ha mai conosciuto personalmente Guido Giannettini?

L’ho interrogato solo una volta, ha ammesso poche cose, tra questa una che non aveva mai detto prima. Un uomo freddo, che avrebbe retto a qualunque pressione, impensabile che una spia di altissimo livello come lui potesse fare rivelazioni importanti. Mi ha dato l’impressione di un uomo che sapesse tutto ma che non potesse in alcun modo rivelare le proprie conoscenze.

 

Qual è la cosa inedita che le ha detto Giannettini?

Confessò che, una volta in difficoltà, per giungere a Roma e incontrare uomini del SID che l’avrebbero fatto espatriare era stato accompagnato Massimiliano Fachini, uno dei fedelissimi di Freda che è stato coinvolto in tutta l’attività della cellula padovana. I rapporti tra quest’ultima e il SID quindi erano strettissimi. In quel momento erano presenti i due lati dello stesso scenario: Servizi segreti e neonazisti, due mondi “cobelligeranti” contro quello che si veniva definito il pericolo comunista.

 

In un appunto dal carcere di Opera in cui è tutt’ora detenuto, Vincenzo Vinciguerra fa una riflessione su Pietro Valpreda e sugli anarchici dell’epoca: quello anarchico, spiega, era un mondo mosso da un forte anticomunismo, estremamente permeabile dai servizi segreti a causa della sua organizzazione un po’ sui generis. Inoltre, dice Vinciguerra, Valpreda uscì da 48 ore di interrogatorio alla Questura di Milano con una sola dichiarazione verbalizzata, questura che si mostrò invece molto più dura nei confronti di altri anarchici. Vinciguerra conclude la sua disamina alludendo a un rapporto tra fascisti ed anarchici non ancora indagato a sufficienza, ritendendo – testuale – quella di “Pietro Valpreda la nota dolente di una storia che non si vuole ancora scrivere”. Cosa pensa di questa riflessione?

È un argomento molto delicato che ormai è molto difficile approfondire. Quello anarchico era un mondo molto confuso e fluttuante, i rapporti di conoscenza e gli spostamenti da un’area ad un’altra erano molto frequenti. Non sono in grado di confermare una collaborazione inconsapevole degli anarchici con i neonazisti in quegli anni, l’unico dato certo è che Mario Merlino sia sempre rimasto un fascista di Avanguardia Nazionale ma che, a un certo punto, abbia deciso di mettersi eskimo e basco per costituire un gruppo anarchico al fine di spiare e segnalare i movimenti degli anarchici alla Polizia. Quello che certamente si può dire è che un’infiltrazione tra le fila anarchiche era più facile che altrove, vista la permeabilità di molti gruppi di quel mondo dovuta al rifiuto di una vera e propria organizzazione.

 

Lei nella sua lunga carriera da magistrato ha interrogato tanti terroristi rossi e tante persone legate all’eversione nera. Quali sono le differenze umane e di appartenenza ideologica che lei ha riscontrato, per esempio, tra un ordinovista e un militante di Prima Linea?

Io ho interrogato tantissimi neofascisti, soprattutto del Veneto, ma anche tanti militanti delle BR, di Prima Linea e di altri gruppi di estrema sinistra. Gli appartenenti ai gruppi di estrema sinistra erano più comprensibili, avevano un’idea precisa dei propri obiettivi, spesso venivano dalle lotte operaie e generalmente erano piuttosto simili tra loro, parlavano la stessa lingua, un marxismo-leninismo libresco, semplificato. La crisi interna dei gruppi terroristi di estrema sinistra e la consapevolezza dell’impossibilità di prendere il potere attraverso l’innesco in Italia di una guerriglia di stampo vietnamita hanno generato alla fine il pentitismo o la dissociazione che riconoscevano il fallimento di un progetto. Molto spesso la detenzione e un progressivo ritorno alla vita normale è coinciso con un sostanziale abbandono delle velleità rivoluzionarie di un tempo. Per questo, senza concedere alcuna attenuante a quel fenomeno, molti di loro sono stati recuperati e i tassi di recidiva sono stati molto bassi.

 

E i personaggi dell’estrema destra?

Completamente differenti e tutti diversi tra loro. Ogni personaggio di quel mondo ha la sua storia, la sua singolarità. C’è il filonazista, il fanatico del mondo militare, il cattolico conservatore, l’adepto del paganesimo, il seguace dell’esoterismo, c’era chi apprezzava Israele come avamposto dell’Occidente e chi da filo-musulmano voleva distruggere gli ebrei. Un coacervo di idee bizzarre e di posizioni del tutto antistoriche, fuori dal tempo. Io credo che ad unirli ci fosse l’azione a prescindere da un progetto organico, un vitalismo guerriero fuori da ogni schema razionale che li rende figure davvero particolari. Tra tutti, come intelligenza, autocontrollo e carisma prevaleva Franco Freda, un uomo in grado di imporsi sugli altri.

 

Freda aveva un effetto magnetico sugli altri esponenti del suo gruppo?

Si, un tratto magnetico rafforzato da una cultura molto forte. Tra l’altro Freda tuttora dirige una casa editrice nemmeno disprezzabile, prescindendo ovviamente dalle idee che essa esprime. Un altro elemento interessante è il legame cameratesco, quasi fisico, una specie di patto di sangue tra i componenti di questi piccoli gruppi neonazisti formati da non più di 10-15 persone. Un rapporto umano diretto e molto stretto che ha reso molto più difficile la dissociazione o la collaborazione con la giustizia rispetto ai gruppi di estrema sinistra, perché collaborare voleva dire tradire nella forma più intensa della parola

 

Più irriducibili rispetto ai terroristi rossi?

Più irriducibili mentalmente e con una mentalità quasi impossibile da cambiare. Pensi ad alcune stranezze: gli ordinovisti veneti festeggiavano il 21 dicembre, il solstizio d’inverno, il momento in cui la notte più lunga dell’anno anticipa il ciclo del sole in cui le giornate si allungano di nuovo. Questi militanti si dedicavano a rituali notturni, accendevano, tra canti, falò in onore del sole in luoghi isolati. Una specie di rito pagano che, con quel fuoco, simboleggiava la vita che si rinnovava. Ecco, in ambienti di questo genere alcuni settori dello Stato hanno trovato terreno fertile da utilizzare per le proprie manovre eversive. Probabilmente questi militanti neonazisti pensavano di sfruttare lo Stato per i propri disegni, ma è stato esattamente l’opposto.

 

Verso qualcuno di loro è riuscito ad avere un particolare rapporto di stima?

Quando fai lunghe indagini e interagisci con tante persone, parli con loro, è normale che si crei un rapporto umano. Lei consideri che in tutta la mia indagine non ci sono stati mandati di cattura, era un rapporto alla pari in cui io interrogavo per ricostruire il passato e convincere i mei interlocutori a far tornare alla luce alcuni fatti. Vincenzo Vinciguerra è ancora un ergastolano e lo è solo per sua volontà. Ha spontaneamente rivendicato la sua responsabilità perl’attentato di Peteano, non ha fatto appello contro l’ergastolo e tutto sommato è rimasto un rivoluzionario coerente con le proprie idee, che continua a opporsi allo Stato dall’interno del carcere. Vinciguerra, in questo, l’ho percepito come una persona rispettabile, consapevole delle proprie responsabilità che non chiede premi o sconti. E per questo quanto racconta diventa anche più credibile.

 

Ci sono stati casi umanamente toccanti e imputati poi caduti in miseria?

Il caso di militanti di destra che abbiano fatto fortuna, diversamente da quanto si può pensare, è piuttosto raro. Tra questi c’è sicuramente Delfo Zorzi, ordinovista di Mestre, protagonista di tanti processi e da molto tempo residente in Giappone. È un ricco e famoso imprenditore internazionale nel campo della moda italiana. Ma per tanti quell’esperienza ha consumato le loro vite. È il caso di Martino Siciliano, che è rimasto bruciato dalla propria militanza, senza lavoro e ridotto in miseria è uno dei tanti sconfitti di quel mondo. Infine vorrei ricordare il caso di Gianni Casalini, militante del gruppo padovano di Ordine Nuovo. A metà degli anni ‘70 aveva deciso di “scaricarsi la coscienza” ed era divenuto una fonte preziosa di informazioni per il SID di Padova. Ma. a Roma, il vicecapo del SID Gianadelio Maletti decise di “sganciare” la fonte probabilmente perché quello che poteva emergere avrebbe potuto far venire alla luce complicità imbarazzanti. Poi Casalini, già anziano e malato, ha deciso, a processi conclusi, di contattarmi di sua spontanea volontà. Così, sul finire della sua vita, sono andato a trovarlo tante volte nella Casa di riposo in cui viveva. Abbiamo parlato per ore, sia degli attentati del 1969 che avevano preceduto quello di piazza Fontana, sia del suo passato, quello di un giovane padovano che tanti anni prima aveva deciso di abbracciare la destra radicale come forma estrema di ribellione alla Padova cattolica, borghese e conformista. Non era un violento, anche a lui non era rimasto più nulla. Se negli anni ‘70 il suo racconto fosse stato ascoltato forse anche l’esito del processi sarebbe stato diverso.

(in copertina, Franco Freda al processo di Catanzaro)

 

 

Postilla

La comprensione di tutti i passaggi dell’intervista a Guido Salvini implica alcune conoscenze di base sulla storia della strategia della tensione e della strage di Piazza Fontana. L’intervista – ma non potrebbe essere altrimenti – dà per scontati fatti e dinamiche che, tuttavia, è possibile approfondire attraverso le tante pubblicazioni che sono state scritte a riguardo.

Ecco una lista di libri che aiutano a capire il contesto storico, le premesse e le verità ancora da scoprire sulla strage di Piazza Fontana

Guido Salvini, Andrea Sceresini La maledizione di Piazza Fontana, Chiarelettere, 2019

Mirco DondiL’eco del boato. Storia della strategia della tensione, 1965-1974, Laterza 2015

Benedetta TobagiPiazza Fontana. Il processo impossibile, Einaudi, 2019

Paolo MorandoPrima di Piazza Fontana. La prova generale, Laterza, 2019

Paolo CucchiarelliIl segreto di Piazza Fontana, Ponte alle Grazie, 2012

Gianni BarbacettoPiazza Fontana: il primo atto dell’ultima guerra italiana, Garzanti, 2019

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