Il carcere sempre più disumano. Un appello per dire basta.

L’emergenza sanitaria causata dal covid-19 ha reso ancora più evidenti i problemi di un carcere molto lontano dalla funzione rieducativa della pena sancita in Costituzione. Per questo motivo, due importanti docenti di diritto penale, Giovanni Fiandaca e Massimo Donini, hanno lanciato l’appello “Per un carcere più umano”, sulla scia dello sciopero della fame annunciato da Rita Bernardini. A questa iniziativa hanno già aderito 200 docenti di discipline penalistiche. Lo scopo è quello di riportare all’attenzione pubblica le drammatiche condizioni di vita all’interno delle carceri italiane, provate dal sovraffollamento e dalla paura della diffusione del contagio.

Con Paola Maggio, professoressa di diritto dell’esecuzione penale presso l’Università degli Studi di Palermo, fra le prime ad aver aderito alla proposta, abbiamo parlato di questa iniziativa e del ruolo degli accademici nel contrasto ad un’informazione carceraria tendenziosa e lontana dalla realtà.

Professoressa, perché fare solo adesso un appello per un carcere più umano?

Da tempo le carceri italiane versano in uno stato di degrado e sovraffollamento, condannato anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il covid ha accesso una luce ancora più drammatica sulle carceri, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. È da anni che noi studiosi di diritto e procedura penale facciamo proposte e suggerimenti al legislatore, quasi per nulla ascoltati.

Insomma, è arrivato il momento dell’azione?

Si esatto, è passato il tempo delle proposte scritte e delle lamentele dogmatiche. Sentiamo l’esigenza di dire al Governo e al Parlamento che il tema delle carceri non è più rinviabile, perché i dati del contagio sono allarmanti. Sotto questo punto di vista il covid ha avuto il merito di mostrare a tutti la malattia di cui già da tempo soffre il carcere, che è diventato un ghetto strutturale e non più tollerabile.

Però si può dire che l’amministrazione penitenziaria abbia fatto degli sforzi per migliorare le condizioni di vita in carcere…

Sì assolutamente. Non abbiamo alcuna intenzione polemica nei confronti dell’amministrazione, hanno ereditato una situazione disastrosa che non si può risolvere nell’immediato. Fanno il possibile per garantire il rispetto delle norme e il distanziamento, nonostante il sovraffollamento. Bisogna ricordare che hanno pochi soldi per migliorare la situazione e la politica intende stanziarli solo per costruire nuovi istituti di pena. È aberrante. La piena attuazione della funzione rieducativa della pena sancita in Costituzione richiede anche degli investimenti, la cui assenza è sofferta pure dalla polizia penitenziaria. Poi, mi lasci precisare una cosa…

Prego.

La nostra iniziativa va oltre l’emergenza pandemica. Il covid rappresenta il punto di non ritorno per affrontare in modo strutturale le carenze del carcere. I provvedimenti presi fin qui dal Governo e del Parlamento non hanno il senso della strutturalità, sono temporanei ed emergenziali. In altre parole, non risolvono nulla. Piccoli interventi su licenze, permessi premio e detenzione domiciliare non possono rappresentare una svolta reale.

Qual è la vostra “ricetta” per risolvere il problema carcerario?

Ampliare stabilmente la possibilità di accesso alle misure alternative alla detenzione, che permettono di uscire dal carcere, dando un po’ di respiro al sistema. Ci vuole una politica seria e decisa per eliminare il sovraffollamento carcerario, che impedisce il distanziamento tra i detenuti e favorisce la diffusione del virus. Un accesso concreto alle misure alternative aiuta anche a ridurre la recidiva per i reati meno gravi, come le statistiche dimostrano ampiamente.

Avete deciso di protestare nei confronti delle istituzioni con uno sciopero della fame, un modus operandi che i radicali conoscono bene.

Si, abbiamo voluto riprendere una forma di protesta tipicamente radicale, ma allo stesso tempo manteniamo una nostra autonomia. Il senso dell’iniziativa non è quello di schierarsi politicamente, ma di prendere una presa di posizione critica molto forte nei confronti della gestione delle carceri. Una gestione appunto disumana, che va contrastata battendosi per “Un carcere più umano”. Digiunando pensiamo di poter ottenere l’attenzione di un Parlamento che finora ci ha ignorati.

Come pensate di fare breccia nel grande pubblico con le vostre istanze?

È sempre stato il nostro problema. Siamo vittime di un’informazione tendenziosa, che non riporta in modo corretto il fenomeno carcerario. Viviamo in un’epoca in cui la risposta penale è asservita alla bulimia del consenso. Il nostro compito è soprattutto informativo, confidiamo sull’autorevolezza del nostro ruolo e sulla conoscenza della realtà carceraria per arrivare a quante più persone possibili. Non possiamo più lasciare che si dica che in carcere non ci va nessuno, che è come un albergo. Non è più accettabile una narrazione fatta di luoghi comuni e funzionale solo ad uno sterile bisogno di vendetta.

Come risponderebbe a chi le dice “che mi frega dei problemi dei detenuti, se stanno male se la sono cercata”?

Risponderei con il titolo saggio destinato da Piero Calamandrei ai colleghi dell’Assemblea Costituente, “Bisogna aver visto”. Mi piacerebbe moltissimo che questa nostra azione porti la gente ad accettare di guardare dentro al carcere, per vedere com’è veramente. È importante che le persone capiscano in che modo la pena è drammaticamente scontata, come si vive dentro il carcere e quali sono le prospettive di un detenuto, per una società migliore e più consapevole.

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